Puma Blue: recensione di Croak Dream

Con il nuovo album Croak Dream, Puma Blue recupera il dark mood che ha caratterizzato il Bristol sound degli anni '80 e '90, insieme a rimandi Radiohead e The Smile.

Puma Blue

Croak Dream

(Play It Again Sam)

dub, trip-hop, chill-out, soul jazz, R&B, alternative rock downbeat, dream pop, jungle


A un anno dai field recordings spettrali dei dischi gemelli Antichamber ed Extchamber, Jacob Allen, deus ex machina del progetto Puma Blue, torna in scena con Croak Dream, quarto album solista pubblicato da Play It Again Sam, riprendendo le sonorità degli esordi già ascoltate in Holy Waters.

Muovendosi con fluidità attorno a un collage di riferimenti stilistici ben definito, il giovane musicista londinese di stanza ad Atlanta rievoca la funzione cullante e analgesica di quello che è stato il Bristol sound negli anni ’80 e ’90, recuperando la pulsazione creativa e lo spirito pionieristico che hanno animato quella (contro)cultura musicale.

Con le undici tracce di Croak Dream, Jacob Allen torna a privilegiare quel nostalgico dark mood che porta con sé quiete notturna, introspezione e accogliente malinconia: breakbeat avvolti da foschie metropolitane e suoni languidi illuminati da neon blu, atmosfere morbide e fumose, come in un torpore narcolettico (Desire, Mister Lost), loop elettronici dilatati, riverberi tremuli, beat downtempo e un groove ipnotico dalle frequenze ombrose e seducenti, figlie del trip-hop e delle umidità dub del soundsystem bristoliano (Portishead, Massive Attack, Tricky, Morcheeba).

Completano il quadro ballate soul jazz-noir in bianco e nero (Yearn Again), bedroom pop etereo (Heaven Above, Hell Below), sensuali alchimie R&B dal tocco quasi balearico, ritmi tribal-jungle (Jaded), ambientazioni chill out da aperitivi al tramonto (Fool, Hush, Silently), calde incursioni di sax a scuotere l’anima e chitarre acustiche dall’effetto crunch (Croak Dream), a metà fra l’estetica dei Radiohead e quella dei The Smile, con Sam Petts-Davies – già collaboratore dei The Smile – a intensificarne le vibrazioni emotive.

A legare il tutto il cantato di Jacob, sussurrato, delicato, intimo, a tratti evanescente, a tratti inquieto, che si distende con naturalezza fra note basse e falsetto, richiamando tanto il timbro di Thom Yorke quanto quello di Jeff Buckley.

Ne consegue una stratificazione di suoni enigmatici e raccolti, sospesi in penombra fra densità e rarefazione, dolcezza e dolore, narcisismo e fragilità, in cui gli spazi si riempiono di arrangiamenti sfuggenti ed essenziali, ambiente ideale per abbandonarsi alla lentezza dei sensi.

Allen spiega che Croak Dream simboleggia un sogno profetico in cui si assiste alla propria fine. Si interroga su come cambierebbe la vita se conoscessimo in anticipo il nostro destino: forse troveremmo la forza di dire ciò che pensiamo e fare ciò che vogliamo davvero.

Croak Dream resta addosso come calore analogico, come un massaggio che penetra sottopelle, con una sobrietà che respira fra leggerezza e profondità, conducendo a riscoprire il blu silenzioso dei vuoti e a ritrovare una ragione per tornare a desiderare: “I’ll find a reason to yearn again”.

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