Marta Del Grandi: recensione di Dream Life

La vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio? È questo il cuore pulsante di Dream Life, il nuovo album di Marta Del Grandi: un lavoro che intreccia leggerezza e profondità, alternando melodie solari ad atmosfere più intime e introspettive.

Marta Del Grandi

Dream Life

(Fire Records)

country folk, dream pop, soul jazz, elettronica, synth-pop, groove funk, alternative pop, indie-pop

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A tre anni di distanza dalla pubblicazione di Selva, Marta Del Grandi aggiunge un nuovo tassello al suo percorso artistico dando alle stampe il suo terzo album, Dream Life, edito per la britannica Fire Records e realizzato insieme a un nutrito ensemble di musicisti: Kobe Boon al basso, Simon Raman alla batteria, Artan Buleshkaj alla chitarra, Benjamin Hermans al sax e Frederik Heirman a trombone e tuba.

Con alle spalle una solida preparazione jazzistica, la cantautrice milanese approda a una scrittura più accessibile, poliedrica e cosmopolita, capace di muoversi con naturalezza fra stati d’animo variabili, vecchi ricordi, i cambiamenti della vita, tensioni contemporanee e colori sonori eterogenei.

Se in Selva dominava una dimensione eterea, quasi bucolica, le dieci canzoni di Dream Life (tra cui l’intermezzo strumentale trance-industrial Gold Mine) mostrano la capacità di integrare una varietà di linguaggi e influenze: dal cantautorato folk all’art-pop, dal jazz all’electro-pop, mescolando leggerezza e profondità, melodie solari e texture dalle sfumature più introspettive e meditative. Ad armonizzare il tutto, la grazia espressiva di Marta, dotata di un timbro delicato e gentile oltre che elegante, cristallino e celestiale.

“Il mio precedente album Selva aveva una natura poetica e bucolica, come se ogni canzone fosse un dipinto a olio”, spiega Marta, “Dream Life ha invece un approccio più contemporaneo, con testi che toccano temi politici e sociali, una narrazione personale più esplicita e un suono pop più definito e dettagliato, più simile a un libro fotografico”.

Passando dalla pittura a olio di Selva al fotolibro Dream Life, Marta Del Grandi trascrive in musica un mondo immaginario in cui dimensione onirica e reale si confondono, fino a sembrare indistinguibili. In questo modo, la realtà, da elemento oggettivo, si trasforma in elaborazione soggettiva, quasi pirandelliana, mentre il sogno diventa bisogno di evasione e metafora della molteplicità delle percezioni.

“La vita non è un sogno, ma senza sogni non si vive”, diceva Gigi Marzullo, suggerendo una riflessione profonda sul dualismo fra realtà oggettiva e l’importanza di sognare, una corrispondenza che rievoca il celebre interrogativo dei Queen in Bohemian Rhapsody: “Is this the real life? Is this just fantasy?”.

In tal senso, Marta Del Grandi prova a filtrare la realtà attraverso il sogno, la fantasia, intrecciando esperienza tangibile e immaginazione, senza mai contrapporle, ma considerandole due livelli dello stesso processo percettivo e narrativo (“se non riesco a entrare nel sogno che ti ho ispirato, non significa che non sono più la persona che conoscevi una volta”).

Nel testo della title-track, Marta Del Grandi mette sullo stesso piano percezione individuale e ciò che la realtà ci impone. A conciliare tale ambivalenza interviene l’allegoria dell’iceberg (Antarctica), in quel sottile equilibrio fra quel poco che appare in superficie e tutto quello che rimane sommerso (“se ciò che lasciamo alle spalle è più grande di ciò che portiamo avanti, come posso andare avanti sapendo che questo è ancora il mio fardello?”).

Il titolo allude dunque a una condizione di coscienza in cui la vita non è mai puramente oggettiva, ma continuamente modificata dallo sguardo interiore. In quest’ottica, nel rapporto fra interiorità e orizzonte stellato, la musicista di Abbiategrasso attinge dalle proprie esperienze e rielabora il passato come un archivio di immagini emotive, oscillando fra echi di gioventù e fragilità del divenire grandi, percezione altrui e identità personale.

L’album si apre con You Could Perhaps, un brano intimo, nostalgico, le cui melodie evocano atmosfere quasi beatlesiane, introducendo subito quella dimensione sospesa che attraversa il disco. La title-track si muove invece su coordinate country folk pastorali dal mood scanzonato, con un gusto melodico orientato verso il soft rock luminoso di Billy Joel.

Con Antarctica il ritmo cambia nettamente: dilemmi etici e ambientali si impregnano di un groove funk esotico dalle sfumature caraibiche, con richiami alla world music e a certe soluzioni ritmiche che rimandano ai Talking Heads. In Neon Lights il ritmo immersivo rimanda a certe dissonanti frenesie prog alla King Crimson, mentre linee radioheadiane alla No Surprises affiorano nella ballad onirica Shoe Shaped Cloud.

Se fa un lato le tonalità crepuscolari dub-ambient di 20 Days Of Summer e Some Days indugiano sul bisogno di disconnetterci dal caos quotidiano e ritrovare una quiete interiore, dall’altro Alpha Centauri avanza con il suo armonioso crescendo jangly-folk (“mi vedrai brillare nella notte proprio come Alpha Centauri”), riscoprendo nostalgie adolescenziali. L’album si chiude con Oh My Father, nenia fiabesca e semiacustica che Marta dedica a suo padre (“sono diventata la persona che speravi diventassi?”). Del resto, rimaniamo tutti un po’ bambini, anche quando cresciamo.

È proprio da questo mix di ironia e disillusione, necessario ad alleggerire i compromessi dell’età adulta e il peso delle aspettative, che nasce la forza di Dream Life, a conferma di una maturità e di una continua evoluzione da parte di Marta Del Grandi, capace di infondere una visione empatica e riconoscibile.

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