Uni Boys: recensione disco omonimo

Con il nuovo album omonimo, gli Uni Boys di Reza Matin e Noah Nash si impongono come realtà imprescindibile nel panorama del power pop contemporaneo, attraverso il recupero di sonorità e atmosfere dal carattere vintage, consegnando uno dei dischi più riusciti dell'anno, ideale per i fan più nostalgici ma anche per chi, da neofita, vuole (ri)scoprire la qualità di questo genere.

Uni Boys

S/t

(Curation Records)

power pop, beat, rockabilly, surf, Mersey-beat, jangly-rock, glam pop, mod, psych soft, rockabilly, sunshine pop

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A distanza di tre anni dal precedente Buy This Now!, prodotto dai fratelli Brian e Michael D’Addario dei The Lemon Twigs, i losangelini Uni Boys tornano in scena con il nuovo album omonimo, quinto in carriera, registrato interamente su nastro analogico a Brooklyn e pubblicato da Curation Records.

Anche in questo capitolo discografico prosegue la collaborazione con i Lemon Twigs, ormai una vera e propria fratellanza musicale, grazie al loro contributo al pianoforte e ai cori, che aggiunge una preziosa sfumatura barocca a canzoni come Maybe I’m Wrong, ma senza rendere il tutto troppo elaborato o artefatto.

Va inoltre ricordato che Reza Matin, cofondatore, chitarrista e voce degli Uni Boys, è entrato stabilmente nella cerchia live dei Lemon Twigs e ha partecipato alla stesura di parti di batteria e armonie vocali in diverse canzoni di Look For Your Mind!, il nuovo disco dei Lemon Twigs.

Con questa nuova uscita, composta da dodici brani e ricca di armonie e riff, gli Uni Boys di Reza Matin e Noah Nash – nella loro pur breve parabola evolutiva e senza reinventare nulla – si impongono come realtà imprescindibile nel panorama del power pop contemporaneo, attraverso il recupero di sonorità e atmosfere dal carattere vintage, ideale per i fan più nostalgici ma anche per chi, da neofita, vuole (ri)scoprire la qualità di questo genere.

Come ha dichiarato il giornalista musicale e batterista dei Not Moving Antonio Bacciocchi: “C’è un ritorno periodico di certi suoni e ci sono sempre più band che suonano questo tipo di cose, e ciò non mi dispiace, anche se si stanno già delineando quelli che giocano in serie A e quelli che rimangono nelle serie inferiori. In generale temo che finisca come per il post punk: una volta usciti Idles e Fontaines D.C., sono piovuti dischi simili da ogni parte del mondo, appiattendo il tutto. Personalmente, amando i ’60s oltre ogni cosa, ben venga l’abbondanza”.

Gli Uni Boys si aprono a un bouquet di soluzioni più ampio rispetto all’acerba irruenza garage-punk degli esordi, andando alla ricerca di un sound più immediato, pulito e accattivante, che qualcuno definisce come “una sequenza di dolcissime caramelle con un retrogusto punk”.

Ne deriva così una miscela frizzante e vibrante, capace di contagiare con un groove dinamico, solare, radiofonico e ballabile. In tutta la sua evocativa freschezza retrò, che non si limita a essere una semplice operazione revival ma testimonia un deciso scatto di maturità, il disco prende forma in tutta la sua autentica brillantezza esecutiva, senza mostrare alcuna traccia di riempitivi.

Il gruppo si ispira a rock’n’roll, beat angloamericano, power pop, glam pop sintetico (I Don’t Wanna Dream Anymore), mod, psichedelia soft, jangly rock e rockabilly (Want You Back), abbracciando gli anni ’60 e ’70, con influenze evidenti di Beatles, Big Star, Elvis Costello, Beach Boys e il lato più surf dei Ramones.

Chitarre squillanti, luminose e sognanti, ritmiche intense e scattanti a metà strada fra power pop e rockabilly (Victim Of Myself, Want You Back), melodie jangle pop zuccherose e levigate da texture glam barocche e sunshine pop west-coastiano (Abra, You’ll Curse His Name Again), ritornelli immediati e irresistibili (You’re So (Phisticated)), stratificazioni orchestrali dalle nuance barocche (Genevieve) che si dilatano in tappeti psichedelici (Sin Your Life Away, No Need A Purpose), le armonie vocali di Matin e Nash e la malinconica solarità di ballate struggenti (Without A Broken Heart): coordinate sonore che delineano una mappatura stilistica precisa e, al tempo stesso, una naturale corrispondenza tra il Merseybeat di Liverpool e il sound californiano dei Beach Boys.

Sul piano testuale, le tematiche – tanto personali quanto universali – si concentrano sulle dinamiche relazionali della gioventù, tra romanticismo, cuori spezzati e delusioni amorose. Fra amore e sconfitta, sabotaggi sentimentali, insicurezze individuali e disillusione, l’album racconta come non possa esistere una vera crescita senza aver provato il dolore di una separazione.

Al pari di gruppi incuranti di mode e tendenze come Sharp Pins, Mod Lang e i Lemon Twigs, anche gli Uni Boys, con lo sguardo rivolto agli insegnamenti del passato e osservando di lato la vita che sfugge, provano ad affrontare lo smarrimento emotivo dei nostri giorni con un tocco di scanzonata ironia, consegnando uno degli album più riusciti dell’anno.

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