Black Label Society: recensione di Engines Of Demolition

I Black Label Society di Zakk Wylde tornano con Engines Of Demolition, un album che fonde potenza heavy, groove blues e ballad intense.

Black Label Society

Engines Of Demolition

(Spinefarm/MNRK Heavy)

heavy metal, stoner metal, heavy blues, doom, groove metal, hard rock, southern, desert folk, sludge

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A distanza di cinque anni dal precedente Doom Crew Inc. e con una carriera ormai prossima ai trent’anni, i Black Label Society di Zakk Wylde tornano a far ruggire i motori con il nuovo album Engines Of Demolition, anticipato dai singoli The Gallows, Lord Humungus, Broken And Blind e Name In Blood.

Il trademark sonoro della band, dal forte taglio autobiografico, si sviluppa tra aggressività ed emozione, spiritualità stoner e tensione heavy metal, fraseggi southern e radici blues: una miscela che, insieme a groove sporchi, cadenze sludge e ballad intime, confluisce nelle tredici tracce di questo disco.

In buona sostanza, niente di innovativo o sperimentale, piuttosto la riaffermazione di una formula già collaudata, tanto sanguigna quanto sentimentale, capace di rappresentare ciò che Zakk Wylde e i Black Label Society sanno fare meglio, per rimanere fedeli a se stessi e continuare a sentirsi vivi.

Guidata dal carismatico e barbuto Zakk Wylde (all’anagrafe Jeffrey Phillip Wielandt, già chitarrista di Ozzy Osbourne e fondatore dei Pride & Glory a metà anni Novanta), la formazione – completata da Dario Lorina alla chitarra, John DeServio al basso e Jeff Fabb alla batteria – affina ulteriormente il proprio feeling artistico, confermandosi una vera macchina da guerra.

L’apertura è affidata a Name In Blood, che introduce atmosfere tribali vicine a Demon Cleaner dei Kyuss, mentre il main riff scomoda i Black Sabbath di Hole In The Sky e gli Alice In Chains di Dirt. Se la voce di Zakk sembra ispirarsi al timbro mefistofelico e allucinato di Ozzy Osbourne, le ritmiche più serrate guardano ai Soundgarden dell’epoca Badmotorfinger.

D’altronde, sono ormai pochi gli artisti abili a sprigionare un’energia così contagiosa e di gestire con naturalezza una combinazione tanto eterogenea di headbanging metal e rock melodico: talmente pochi da potersi contare sulle dita (vere) di Tony Iommi.

Gran parte della release si fonda su un groove metal roccioso e sincopato, costruito su palm-muting serrato, distorsioni roventi, riff cavernosi e ritornelli lenti e feroci. Un’impostazione che rievoca Vulgar Display Of Power e Far Beyond Driven dei Pantera. Non a caso, tra le influenze più dichiarate di Wylde c’è l’eredità chitarristica di Dimebag Darrell.

Ogni brano mette in luce una diversa sfaccettatura del lavoro: dall’heavy metal di matrice anni Ottanta e Novanta (Lord Humungus, Broken Pieces, Pedal to The Floor), all’hard blues lisergico anni Settanta dei Black Sabbath e Deep Purple (The Stranger). A fare da collante è il cantato di Zakk: ruvido, quasi psicotico, ma capace di aperture melodiche e malinconiche, sulla scia di Chris Cornell e Jerry Cantrell.

The Gallows rappresenta il lato più cupo del disco, con riff lenti e pachidermici, toni sludge e un incedere plumbeo e martellante, accompagnato da un testo incentrato su colpa e giudizio finale. Lord Humungus è senz’altro l’episodio più aggressivo, costruito su un groove serrato e roccioso: il suo immaginario post-apocalittico diventa metafora della sopravvivenza in un mondo devastato dalle azioni umane.

Con Back to Me e Better Days & Wiser Times il registro cambia, spostandosi verso territori più introspettivi e malinconici. La prima è una power ballad dagli echi springsteeniani e con tonalità alla Chris Cornell fase Audioslave, incentrata su nostalgia, assenza e smarrimento emotivo; la seconda si muove su coordinate desert country acustiche dai riflessi dylaniani, da cui affiora la volontà di lasciarsi alle spalle le ferite del passato per accogliere tempi più saggi.

Se The Stranger e Broken And Blind esprimono inquietudine, smarrimento esistenziale e il sentirsi estranei in un mondo sempre più cieco e respingente, canzoni come Pedal to The Floor e Broken Pieces trasmettono invece un messaggio di resistenza: dal perdono all’accettazione dei propri limiti, fino al desiderio di liberarsi da situazioni tossiche per ritrovare equilibrio interiore.

La chiusura è affidata a Ozzy’s Song, toccante dedica all’amico scomparso: una ballata al pianoforte che nel suo andamento ricorda November Rain, impreziosita da un assolo in stile Prince. Un brano che racchiude il senso di un legame profondo e di una delle collaborazioni più significative nella storia del rock: una vera lettera d’addio.

Nel complesso, l’album alterna groove metal diretto, ballad intense e atmosfere oscure, con liriche che oscillano tra introspezione personale, simbolismo e resistenza. È in questo equilibrio fra retorica del combattente e vulnerabilità umana, fra potenza e sensibilità, che i Black Label Society trovano la loro dimensione più autentica.

È per questo motivo che Engines Of Demolition non reinventa il genere, né ambisce a farlo, ma riafferma con forza un’identità solida e riconoscibile. In fondo, non serve cambiare rotta, basta mantenere acceso quel fuoco.

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