Atabasca: recensione disco omonimo

Gli Atabasca esordiscono con un album omonimo tra world music, jazz-funk e suggestioni cinematografiche. Un viaggio strumentale ipnotico, tra atmosfere desertiche e richiami agli spaghetti western.

Atabasca

s/t

(Killer Groove Records)

cinematic funk, chill-out, desert folk, soul jazz, oriental groove, psichedelia ambient, western morriconiano, folk blues maghrebino, afrobeat

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Gli Atabasca pubblicano il loro album di debutto omonimo per la neonata etichetta romana Killer Groove Records di Daniele Flamini, anticipato dai singoli Dune, Cacopoulos e Kundela Mawedi.

I tre musicisti abruzzesi – Luca Mongia (chitarre, tastiere, voce), Paolo Mazziotti (basso, tastiere, voce) e Valerio Pompei (batteria, percussioni, kalimba, voce) – attivi da oltre vent’anni tra scena nazionale e internazionale, condividono una solida competenza tecnica, una forte chimica creativa e un universo espressivo sognante e magnetico, che rimanda a influenze world music come Khruangbin, Tommy Guerrero, Kokoroko, Hermanos Gutiérrez, Calexico e Calibro 35.

Gli Atabasca si muovono in una dimensione sonora desolata, desertica, ipnotica e onirica, che diventa riflesso di una condizione mentale sospesa, affine alle atmosfere de Il Deserto dei Tartari di Dino Buzzati, per cui attesa, vuoto e dilatazione si trasformano in un’esperienza d’ascolto intensa e immersiva.

Con il calore analogico che emerge dalla registrazione in presa diretta, il disco si estende su un mirador di strade polverose, fraseggi di frontiera, miraggi esotici e tappeti minimal di percussioni downtempo, tra densità simbolica e visione metafisica, con uno sguardo rivolto all’immaginario dei western all’italiana, del cosiddetto spaghetti western.

Il lavoro, interamente strumentale, oscilla tra mellifluità soul jazz, effusioni chill-out, groove afrobeat, cinematic funk e raffinate trame chitarristiche blues che si espandono in riverberi e delay profondi, luccicanti e tremolanti, creando una percezione astratta di infinito ambientale.

C’è spazio anche per vibrazioni di psichedelia desert blues, tessiture orientali, slide latineggianti e suggestioni morriconiane. Il fischio nel brano Dune, in particolare, rievoca quello tipico dei film di Sergio Leone.

Il risultato è un viaggio coinvolgente e avvolgente, suadente e intrigante, che però non rinuncia a scenari più introspettivi, spirituali e contemplativi. Brani come Khettara e Kundela Mawedi sembrano pensati per scaldare l’anima, costruendo flussi nascosti e rituali circolari attorno a un fuoco mistico di texture afrobeat e vibrazioni mediterranee, mentre in Cacopoulos convivono ritmiche pulsanti garage-psych e funk poliziottesco.

Il disco si definisce attraverso una stratificazione timbrica in cui linguaggi provenienti da diverse tradizioni si intrecciano in un affresco sonoro in continuo divenire.

Pur essendo privo di parti vocali, l’impianto narrativo non disperde la sua forza espressiva, spostandosi sul piano delle percezioni, per cui l’esterno si converte gradualmente in dimensione interiore. Così, il trio abruzzese riesce a filtrare scenari e tensioni attraverso una proiezione di emotività sonore più che di narrazione convenzionale.

Atabasca è un insieme multiculturale di paesaggi in cui coesistono ritmi dell’Africa occidentale, echi d’Oriente e dune sabbiose americane. Un’attitudine cosmopolita che, nel dialogo tra suoni e atmosfere, tra sensazioni e memorie d’altrove, trova corrispondenza nell’immaginario dell’Abruzzo, territorio capace di accogliere sonorità lontane e riunirle sotto lo stesso orizzonte.

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