Leatherette
Ritmo Lento
(Bronson Recordings, Universal Music Italia)
alt-rock, art-rock, post-punk, jazz, dream-gaze, shoegaze, avant-garde, jungle-funk
Dopo Fiesta e Small Talk, i Leatherette tornano con il loro terzo album Ritmo Lento, pubblicato da Bronson Recordings/Universal Music Italia.
Il nome del gruppo, ispirato al brano Warm Leatherette di The Normal, richiama quella “finta pelle” che diventa una caricatura dell’immaginario rock: un’ironia sottile che riflette bene il progetto della band bolognese nata nel 2018 e composta da Michele Battaglioli (voce e chitarra), Francesco Bonora (batteria), Jacopo Finelli (sax), Andrea Gerardi (chitarra) e Marco Jespersen (basso).
Anticipato dai singoli Lovers Drifters Foreigners, Hey There e Cold Hands, Ritmo Lento prosegue il percorso di una delle formazioni più convincenti del post-punk revival italiano, ma dal profilo sempre più internazionale. Quello del cosiddetto post-punk revival è un contesto dove molti artisti adottano un’estetica già codificata, e i Leatherette non sono da meno: si adeguano a quella formula senza modificarla, muovendosi dentro quel remake emotivo e sonoro per raccontare il loro tempo. Un codice che, nonostante tutto, è ancora in grado di filtrare inquietudini e smarrimenti contemporanei.
Con un po’ di fantasia, il post-punk revival può somigliare alla sopravvivenza simbolica di un genere ufficialmente defunto, ma che continua a ricevere “pensioni” emotive, sociali e culturali: generazioni che si travestono da un tempo che non hanno vissuto, continuando a vivere di una “rendita materna” che non c’è più, simile a Norman Bates che conserva viva la madre defunta attraverso la propria maschera.
Dentro questo scenario, i Leatherette utilizzano la densità di stratificazioni sonore per intrecciare disillusione e speranza, impeti fragorosi e momenti più introspettivi. Se la pandemia aveva temporaneamente rallentato la corsa collettiva, il ritorno alla normalità ha riportato una velocità ancora più frenetica, e il disco sembra nascere proprio da questa condizione.
Alle prese con il lato più artycolato e trasversale del post-punk, i Leatherette costruiscono trame oblique e ricche di contrasti, alternando slanci improvvisi e sospensioni. Una miscela di dodici tracce in cui convivono chitarre agrodolci e taglienti, fendenti acidi e sferraglianti, dissonanti foschie di elettronica e jazz, scie post-rock argentate, bassi elastici e palpitanti d’impronta brit-shoegaze e percussioni di stampo motorik. Il tutto legato da testi in inglese e da un collante timbrico magnetico e narcotico.
Il quartetto emiliano racconta il presente che viviamo e riflette su ansie generazionali e sul precario equilibrio fra meccaniche relazionali e dinamiche sociali. A un certo punto c’è chi avverte il bisogno interiore di rallentare, di alleviare il peso delle aspettative, di tornare in superficie a respirare per riprendere in mano la propria vita e le proprie relazioni. Un lusso di questi tempi. La scrittura di Ritmo Lento nasce, così, da semplici gesti quotidiani: appunti presi al volo sui tovaglioli di un bar (come faceva Fernando Pessoa), note vocali registrate di notte, idee condivise.
Se Magic Things introduce uno spazio più dilatato e contemplativo, Lovers Drifters Foreigners alterna zone chiaroscurali post-jazz a vibrazioni più adrenaliniche, mentre Hey There e Cold Hands uniscono pulsazioni kraut, accenti post-rock, chitarre alla Tom Verlaine e bassi che sbirciano nei riff di Peter Hook.
Con Itchy e Delusional – quest’ultima con un attacco che rimanda ai System Of A Down – il clima si fa più abrasivo: new wave scura, sax irrequieto, ritmo incalzante. La titletrack conduce ad atmosfere noir spettrali, seguita dal groove jungle-funk di Panic Attack, dall’onirismo psichedelico di Sorry e dalla bossanova dal mood allucinato di New Bay, fino al lamento elettrificato di Get Stuck, che chiude la release con una nota di malinconia.
Ritmo Lento è dunque un lavoro che mantiene sì l’urgenza primordiale dei Leatherette, ma la orienta verso territori più ampi, trasformando il cambiamento in una risorsa, senza perdere la carica espressiva. O almeno l’intenzione sembra essere quella.
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