Ian Prowse: recensione di No Names

Con il nuovo album No Names, Ian Prowse torna a raccontare le storie di chi spesso viene lasciato ai margini del racconto pubblico, attraverso un elegante mix di brit folk, anima irlandese, jangly-rock e soul statunitense.

Ian Prowse

No Names

(IRL Records)

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A distanza di quattro anni da One Hand On The Starry Plough, confermando la solidità di un percorso artistico costruito in oltre trent’anni di attività, Ian Prowse torna a confrontarsi con le contraddizioni del presente nel nuovo album No Names, pubblicato da IRL Records.

Fin dagli esordi con i Pele, passando per gli Amsterdam e arrivando alla produzione solista, Prowse ha seguito una traiettoria precisa, lontana dalle scorciatoie della convenienza discografica e fondata sull’idea che le canzoni debbano essere testimonianza e, insieme, eredità del nostro passaggio terreno.

La sua musica nasce dall’incontro tra brit folk, suggestioni country, soul statunitense e cultura irlandese, ma conserva una forte identità legata al Merseyside e a Liverpool, sua città natale, che nella scrittura diventa molto più di un semplice scenario.

La Liverpool di Ian Prowse non è quella delle celebrazioni turistiche o della sola leggenda musicale, ma una città portuale e operaia, segnata dalle migrazioni, dalla memoria collettiva e da un forte senso di appartenenza. Un luogo dove la componente irlandese ha lasciato un’impronta tangibile e dove la musica è da sempre un mezzo per raccontare il quotidiano, le difficoltà, le ingiustizie e le aspirazioni di una comunità.

Tra gli ospiti speciali di questo nuovo lavoro figurano Elvis Costello in The Cleaner, il cantante irlandese Damien Dempsey in When Bobby Was Alive, il violinista dei Waterboys Steve Wickham e la figlia quattordicenne Rosalita Prowse in Rendezvous Point.

Se One Hand On The Starry Plough era un album immerso nella memoria e nell’identità irlandese, la poetica di No Names riesce a concentrarsi sia sull’importanza del passato sia sulle tensioni che riguardano l’attualità, dal lavoro precario alle disuguaglianze, dalla solitudine alla ricerca di riscatto sociale.

Il titolo della release racchiude proprio questa visione: i “senza nome” sono coloro che raramente occupano il centro della scena, ma sui quali si regge la vita quotidiana. È una scelta che riassume il metodo compositivo di Prowse: partire da una situazione particolare per arrivare a una riflessione più ampia.

Sotto l’aspetto tematico, Keynote Speech denuncia le ingiustizie sociali, con il refrain “Enough is enough” a ribadire con forza l’esasperazione di fronte a una realtà percepita come ormai intollerabile. Un sentimento che, alla luce di ciò che sta accadendo oggi, non può non evocare anche vicende come quella dello Spin Time di Roma, dove centinaia di persone si trovano a fare i conti con l’incertezza abitativa e con il rischio di vedere dispersa una realtà collettiva costruita negli anni.

Se The Cleaner e Mo’s Wheel pongono l’accento sulla precarietà occupazionale, una condizione che, in determinate circostanze, può spingere verso attività illecite, la title-track diventa invece il manifesto dell’intero disco, dedicato a chi vive lontano dai riflettori, ma ha comunque una storia che merita di essere ascoltata.

Dal northern soul celtico di When Bobby Was Alive riaffiora il rapporto con la storia irlandese, attraverso la vicenda del prigioniero repubblicano Bobby Sands, mentre Black Messiah, nel suo omaggio alla memoria di Fred Hampton, attivista statunitense delle Pantere Nere ucciso dalla polizia di Chicago, amplia lo sguardo verso una prospettiva politica e sociale dalle delicate tinte soul-funk anni Settanta.

Sul piano musicale, No Names raccoglie molte delle anime che hanno plasmato la carriera di Prowse, noto anche con il soprannome di “Scouse Springsteen”. Tracce come To The Letter e Stand Your Ground mostrano il lato più vicino al songwriting americano, con grandi aperture melodiche che richiamano Bruce Springsteen e la luminosità jangly di Tom Petty.

Rendezvous Point, anche grazie al violino di Steve Wickham, richiama immediatamente il folk-rock irish dei Waterboys, mentre The Cleaner, impreziosita dalla partecipazione dello stesso Elvis Costello, guarda alla grande tradizione cantautorale britannica. Linee d’arco delicate e sinuose, flauti ariosi e chitarre acustiche ed elettriche arricchiscono il tessuto sonoro, aggiungendo eleganza e profondità emotiva.

Insomma, le influenze sono più che riconoscibili, ma Prowse le assorbe e le restituisce attraverso quello che potrebbe benissimo essere uno dei momenti più alti della sua carriera.

Nella sua capacità di essere tanto orecchiabile quanto coinvolgente, No Names guarda al presente senza perdere il rapporto con il passato, affidandosi alla forza delle canzoni e al bisogno di restituire dignità a chi spesso rimane ai margini del racconto pubblico.

Perché i “senza nome” di cui parla Ian Prowse non sono individui anonimi, invisibili, ma hanno storie, ferite, speranze e una voce che merita di essere ascoltata, soprattutto di questi tempi.

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