Kurt Vile: recensione di Philadelphia’s Been Good to Me

Kurt Vile torna con il suo decimo lavoro in studio, Philadelphia's Been Good to Me, aggiungendo un nuovo e importante capitolo a una carriera quasi ventennale che lo ha reso una delle voci più riconoscibili dell'indie-rock americano.

Kurt Vile

Philadelphia’sBeen  Good to Me

(Verve Records)

indie-rock, slacker, jangly-rock, jangly-folk, blues, dream rock

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A quattro anni di distanza da (watch my moves), Kurt Vile torna con il suo decimo lavoro in studio, Philadelphia’s Been Good to Me, aggiungendo un nuovo capitolo a una carriera quasi ventennale che lo ha reso una delle voci più riconoscibili dell’indie-rock americano.

La città come luogo dell’anima è un tema ricorrente nella musica e anche Kurt, oggi quarantaseienne e padre di famiglia, sceglie di fare di Philadelphia il centro gravitazionale e sentimentale del suo nuovo album, nel quale si intrecciano vita personale e percorso artistico.

Dodici ballate sghembe – di cui due strumentali, Red Room Dub e Piano For Sarah – costruite su andature rilassate e sonnambule, impastando melodie morbide e amarognole, eleganti ricami chitarristici, riverberi sognanti e accordi squillanti di chitarra mandolino Goldtone.

Nell’aria si respira il consueto polline da slacker disincantato che da sempre definisce l’andamento calligrafico del cantautore della Pennsylvania, nel suo passo flemmatico, sornione e visionario: linee di chitarra languide e oblique, strumming jangly-folk e jangly-rock, vertigini ipnotiche e mantra circolari di luccicanze psichedeliche, l’indolenza di atmosfere dream dai contorni sfumati, riflessi sbiaditi di rock’n’roll classico e l’immagine di un Wurlitzer che torna a sanguinare in nome del vecchio blues della Georgia (Chance to Bleed).

I riferimenti stilistici più evidenti restano Lou Reed, J Mascis, Neil Young, i Silver Jews e i Purple Mountains di David Berman, oltre ai Rolling Stones e ai Pavement. Un insieme artigianale di influenze che alimentano una comfort zone sonora dal fascino rétro, radicata negli anni Novanta e in una tradizione rock ancora più lontana nel tempo. A fare da collante emotivo troviamo quella pasta timbrica timidamente calda, avvolgente e dinoccolata a cui ci ha abituato l’ex War On Drugs.

In Philadelphia’s Good to Me, Kurt ci guida tra i luoghi che lo hanno formato, professionalmente e umanamente, in quello smarrimento geografico e intimo che va dagli anni in tournée tra Baltimora e Los Angeles fino al ritorno a casa, nella sua Philadelphia. Racconta il fiume Schuylkill: la pronuncia difficile, l’inquinamento, ma soprattutto il suo valore simbolico e affettivo per la comunità in cui è cresciuto: (“the Schuylkill, that’s the river, always hard to spell, but it runs through my town”).

Sotto quell’apparente equilibrio tra serietà e leggerezza, dove tutto sembra quasi improvvisato, campeggia una malinconia di fine estate, capace di spingersi fino a certe sensazioni autunnali, assumendo i contorni della colonna sonora ideale per misurarsi con il tempo che passa, i legami del cuore e il senso di appartenenza.

Ne emerge un ritratto stropicciato di mezz’età, permeato dal caratteristico flusso di coscienza di Vile: da un lato il resoconto di un artista che continua a confrontarsi con le sfide quotidiane e l’intorpidimento emotivo (“il mio povero cuore è stato trasformato in una roccia di pietra… è questa la sensazione che si prova quando si è soli per strada?”), dall’altro il desiderio di ritrovare un punto fermo nella famiglia e negli ambienti che hanno contribuito a plasmarne l’identità.

Contribuiscono a questo risultato anche le registrazioni effettuate in gran parte all’OKV Central – il suo studio casalingo, diventato fondamentale soprattutto dopo il periodo di isolamento imposto dal lockdown – e il coinvolgimento di diversi musicisti, tra cui i membri dei The Violators, il gruppo che lo accompagna dal vivo.

C’è spazio anche per la commemorazione, in questo caso dolorosa, nel commosso omaggio al collaboratore Rob Laakso (99 BPM), scomparso tre anni fa (“poi ti sei unito alla mia band come bassista, beh, mi sono divertito un sacco, vero? Ma ricordo ancora, amico, eravamo contenti, è stato fantastico”).

Il capoluogo pennsylvaniano diventa così molto più di uno sfondo: per Kurt Vile rappresenta il territorio della maturità, della riconciliazione con le proprie origini e dell’accettazione dei cambiamenti. E se Philadelphia si è dimostrata benevola con lui, ecco arrivato il momento giusto per ricambiare.

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