Cut Worms
Transmitter
(Jagjaguwar)
folk acustico, jangly-folk, jangly-rock, power-pop, alt-country
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A otto anni dal debutto con Hollow Ground e a tre dall’album omonimo, Cut Worms, progetto del cantautore newyorkese Max Clarke, torna con Transmitter, nuovo lavoro realizzato con la partecipazione e la produzione di Jeff Tweedy dei Wilco presso il leggendario Loft Studio di Chicago.
Da questa collaborazione, nata dopo il tour in cui Clarke ha aperto i concerti dei Wilco, emerge una proposta dai toni agrodolci e dal sapore vintage, costruita su una forza esecutiva densa di accordi sognanti e scelte armoniche coinvolgenti, attraverso un equilibrio calibrato tra chitarre brillanti, power pop, country-folk americano e atmosfere suggestive, nostalgiche e agresti, come richiama anche l’immagine in copertina.
Max Clarke lo troviamo lì, seduto su una piccola poltrona regale, posta su un prato dal piano inclinato dove un sole rigoglioso illumina la scena, mentre riflette sul personale e sull’universale che attraversano i nostri giorni e le nostre esistenze.
Il titolo riassume appieno la sua visione concettuale, focalizzandosi sul dualismo tra biologico e digitale e su come la tecnologia ci abbia trasformati in semplici trasmettitori di dati e impulsi, convinti di comunicare, ma in realtà sempre più isolati. Lanciamo messaggi nel vuoto senza sapere se, dall’altra parte, ci sia davvero qualcuno ad ascoltare, dimenticando che anche noi siamo destinatari di segnali e parole che spesso non sappiamo più accogliere.
Clarke ha dichiarato di essersi ispirato a Contact (romanzo di Carl Sagan) per l’immaginario del disco e per la sua metafora centrale: “le canzoni possono funzionare come fasci di luce che trasportano un messaggio, percepibile solo sintonizzandosi sulla giusta frequenza”. Ha aggiunto inoltre che “ciò che diffondi nel mondo finisce per trovare risonanza: ognuno emette segnali e vibrazioni, quindi bisogna fare attenzione a cosa si invia”.
È un’opera che oscilla tra il flusso incessante di informazioni che ci bombarda ogni giorno e la cultura dell’individualismo estremo, tra la sensazione di camminare come fantasmi dentro routine quotidiane che anestetizzano il pensiero – generando stanchezza fisica e tristezza psicologica – e il desiderio di isolarsi da tutto, trovando la via di fuga più semplice, qualcosa in cui perdersi (Long Weekend).
Si procede tra difficoltà emotive e depressione, tra il tempo che scorre inesorabile e l’incapacità di accettare la caducità delle cose. Dentro convivono critica sociale, solitudine urbana e riflessioni sul rumore della contemporaneità, insieme alla difficoltà di sostenere il peso della consapevolezza e dello sguardo altrui (Barfly).
Probabilmente il punto è che non corriamo più verso qualcosa, bensì per non sentirci esclusi, per cercare approvazione, per non sembrare lenti. Eppure il corpo non mente. Ha ritmi antichi, esige i suoi tempi, mentre la società pretende da noi la velocità degli algoritmi, della reperibilità continua, della risposta immediata. Ed è lì che nasce la frattura.
Nella monotonia dei giorni sempre uguali (“dal sud al nord, i giorni passano in fretta, il tempo è breve”), si insinua l’incertezza dell’oggi, senza dimenticare la disillusione per quel sogno americano svanito fra tante promesse (“non ho mai saputo così poco, pur credendo che le cose fossero così chiare, pensavamo di poterci fidare di loro, ma a quanto pare non era così”).
Nonostante affiori un pessimismo di fondo verso questa realtà iperconnessa, in cui si avverte la sensazione di essere intrappolati dentro un televisore o all’interno di cornici digitali (Windows On The World), Cut Worms insiste comunque sull’importanza di riappropriarsi dei piccoli gesti, rallentare quando tutto accelera e riscoprire la bellezza delle imperfezioni, esortando a guardare avanti, condividere emozioni reali e ristabilire un contatto umano con ciò che conta davvero (Out Of Touch).
Sotto l’aspetto sonoro, Clarke omaggia le proprie influenze con una freschezza retrò più ruvida ed essenziale rispetto alle precedenti pubblicazioni, senza però indulgere nel manierismo reverenziale o scivolare nella retorica del revival: il jangly folk dei Big Star di Alex Chilton (Worlds Unknown) e, di riflesso, il jangly rock di The Replacements e The Jayhawks (Evil Twin); la delicatezza di un fingerpicking luccicante e umbratile, dal tocco quasi nickdrakeiano, capace di evocare un paesaggio acustico “en plein air” vicino all’american primitive folk; i riverberi rarefatti e gli echi elettrificati dei Teenage Fanclub; le intuizioni melodiche dei The Beatles (Walk In An Absent Mind) e la sensibilità meditativa di George Harrison in All Things Must Pass, fino all’intimità contemplativa di ballate al pianoforte (Dream).
C’è spazio anche per aperture più luminose ed estive, filtrate dal sunshine pop dei Beach Boys, insieme a ritmi più incalzanti di quel power pop che rimanda ai R.E.M. e ai concittadini The Lemon Twigs (Long Weekend, Shut In), con i quali ha già collaborato in passato. Ci sono poi le linee di chitarra e basso suonate da Jeff Tweedy, che arricchiscono ulteriormente il quadro sonoro, e il timbro disincantato e slacker di Max, gentile, vibrante, vellutato e dal respiro confidenziale.
Cut Worms celebra un caleidoscopio di emozioni umane, tra ansie vivide e pulsioni intrise di malinconia, generosità, delicatezza e fragilità. Con un inguaribile romanticismo si mette a nudo con sincerità, raccontando il bisogno di convivere con le proprie scelte e le loro conseguenze, tentando ancora di entrare in sintonia con ciò che ci circonda. Ma senza fare troppi calcoli, che tanto poi le cose non vanno mai secondo le aspettative. Dopotutto, quali alternative abbiamo?
Transmitter funziona dunque come un messaggio a distanza, composto da canzoni intime e radiose che fluttuano tra passato e presente, in cui la scrittura di Cut Worms riesce ancora a rinnovarsi, allontanandosi dal pop più spensierato degli esordi per trovare, grazie all’incontro con Jeff Tweedy, una forma espressiva più matura.
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