Kiwi Jr.: recensione di Blowin’ Up

Sarà Blowin’ Up l'album dell'esplosione discografica dei Kiwi Jr.? In questo comeback, la band canadese alterna jangle-pop, ritmiche accattivanti, melodie sgargianti, garage rock, post-punk e new wave, raccontando le ansie quotidiane e la malinconia dell'età che avanza con un velo di ironia e leggerezza.

Kiwi Jr.

Blowin’ Up

(K Records)

indie-rock, brit rock, jangly-rock, power-pop, post-punk, new wave, garage rock

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A distanza di quattro anni dalla pubblicazione di Chopper, i canadesi Kiwi Jr. tornano con il loro quarto lavoro in studio, Blowin’ Up, edito per K Records.

In questo nuovo capitolo, ridefinendo i confini del proprio percorso di maturità artistica e consolidando la propria posizione nel panorama indie-rock internazionale, i Kiwi Jr. – nucleo composto da Jeremy Gaudet alla voce e chitarra, Brian Murphy alla chitarra solista, Mikey Hanwell al basso e alle tastiere e Brohan Moore alla batteria – si affidano a uno storytelling metropolitano articolato ed eclettico, che in alcuni episodi trova una dimensione più radiofonica.

Sotto l’aspetto testuale, il disco combina riflessioni sulla quotidianità, tra riferimenti sportivi sparsi qua e là – football americano, baseball, NBA – e giovani band costrette a spostarsi su un furgone (Stage Names) o a trasportare i propri strumenti sui mezzi pubblici (“get the drum kit on public transport, spend the whole day dying of thirst”), con una visione sospesa tra il grottesco e le ansie dell’oggi, stemperate attraverso l’arma dell’ironia.

Ne emerge una malinconia divertita, forse figlia dell’età che avanza, che attraversa una mappa emotiva fatta di slackness nevrotica e melodica alla Pavement e di incastri ritmici sgargianti e affilati alla Strokes, aprendosi alla coralità emotiva dei R.E.M. in Painting After Painting e all’esuberante groove boogie della title-track, dove ipnotiche serpentine chitarristiche si intrecciano ad accattivanti ritornelli pop e al parlato-cantato di Jeremy Gaudet, riconducibile allo stile vocale sornione e dinoccolato di Lou Reed.

Un caleidoscopio sonoro che spazia tra ballate sghembe e garage rock acidulo anni ’70, tra power jangle-pop dalle vibrazioni solari e sognanti della West Coast e folk-twang dal mood bucolico (Photos Of Reenactment), passando per le tensioni spigolose e le maglie serrate del post-punk, le atmosfere sintetiche dai tratti new wave più chiaroscurali e i ricami melodici tipicamente british che strizzano l’occhio ai Blur (Pure Michigan).

La dimensione più densa e cupa emerge in Landscape With Limousine, impreziosita dal featuring di Greg Ahee e Joe Casey dei Protomartyr. Tra gli ospiti figurano anche Kerri MacLellan degli Alvvays, fidanzata di Gaudet, e Margaux Bouchaudon degli En Attendant Ana, che contribuiscono a definire il sofisticato nichilismo hipster di The New-Wavey World Like Polly.

Così, il quartetto di Toronto presenta un frutto esternamente ed esteticamente ruvido e opaco, ma che all’interno di queste dieci tracce svela la brillante freschezza di un sound immediato, dal sapore agrodolce e pungente.

I Kiwi Jr. superano dunque a pieni voti la prova del quarto album, attraverso un gradito comeback che dimostra come non ci sia modo di non guardare al passato – in questo caso all’indie che fu – senza restarne prigionieri, ma con la possibilità di rinverdirne lo spirito e rivitalizzare certe passioni.

È difficile lasciare casa, gli affetti e le proprie radici, con il cuore affidato alla memoria fredda di un hard disk: “it’s hard to leave home with your heart on a hard drive”, canta Gaudet in Hard Drive, Ontario.

Un’immagine che restituisce bene il senso di Blowin’ Up, ovvero guardare al passato trasformando ciò che si è perduto in una materia ancora viva, capace di parlare al presente. Perché ciò che è esploso non può più tornare al suo stato originale, ma prende altre forme e continua a vivere altrove.

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