The Charlatans: recensione di We Are Love

I Charlatans tornano a Rockfield per catturare l'energia del passato e onorare la loro storia. Il risultato? Un album che profuma di anni '90: affascinante per i ricordi, ma con poche scintille di novità.

The Charlatans

We Are Love

(BMG)

new wave, brit pop, brit rock, soul groove, rock psichedelico


Dopo otto anni di silenzio dalla pubblicazione di Different Days, i The Charlatans tornano con We Are Love, il loro quattordicesimo album in studio. Registrato nei leggendari Rockfield Studios in Galles, dove la band non metteva piede dal 1997, e prodotto da Dev Hynes e Stephen Street, il disco segna un ritorno tanto atteso quanto carico di esperienze e memorie autobiografiche.

Il frontman Tim Burgess ha spiegato così la genesi di questo comeback discografico: “L’idea di hauntology e psicogeografia si riflette nel fatto che siamo tornati a Rockfield, un luogo ricco di storia per i The Charlatans. Per noi era importante rendere omaggio a tutti i membri che hanno fatto parte della band, e al contempo onorare noi stessi e il nostro passato, cercando di fare qualcosa di fresco e originale”.

Il problema è che il desiderio di ritrovare nuova energia e soluzioni originali, ispirandosi al proprio passato, resta purtroppo solo una buona intenzione. In realtà, il passato appare più come un rifugio sicuro che come un punto di partenza. Così i Charlatans – con Tim Burgess alla voce, Martin Blunt al basso, Mark Collins alla chitarra, Tony Rogers alle tastiere e Pete Salisbury alla batteria – si chiudono in una bolla autoreferenziale, consapevoli dell’inesorabile scorrere del tempo.

We Are Love ruota attorno alla consueta formula stilistica del quintetto inglese: groove morbidi e vellutati, dal respiro soul-funk intriso di malinconia e dolcezza (You Can’t Push the River, Deeper and Deeper), organi Hammond retró in primo piano a fare da guida, ritmiche calde, distorsioni lisergiche, chitarre luccicanti dal seducente tocco jangly (We Are Love), momenti più cupi e riflessivi che si alternano a melodie tutto sommato orecchiabili. Non mancano accenni di psichedelia west-coastiana di rimando ai Byrds (Out On Our Own) e atmosfere oniriche, ipnotiche, dai riflessi post-radiohead (Now Everything).

C’è equilibrio tra malinconia e leggerezza, tra l’impronta psichedelica di certi episodi madchesteriani e la brillante immediatezza brit-pop. Tuttavia, nonostante un appetito apparentemente rigenerato, manca quel guizzo creativo che un tempo trasformava il loro linguaggio in qualcosa di vivo – in quello che era considerato un dono naturale.

Dal punto di vista tematico, We Are Love si esprime attraverso un’idea di connessione e resilienza: l’amore come forza collettiva e riscatto (“we picked ourselves up off the floor, we dusted us down best we could, it felt good to be alive, this kingdom of ours will be crushed”). Una sorta di bilancio introspettivo su questi lunghi anni, trascorsi fra successi, riconoscimenti, disaccordi e dolorose perdite, ma con il sollievo di ritrovarsi ancora insieme, come gruppo e come famiglia.

La titletrack resta, probabilmente, l’episodio più convincente: brano sostenuto da un ritmo jangly-brit e da leggere sfumature funk. Ma anche qui l’impressione è che i Charlatans si muovano all’interno di uno spazio familiare, rispolverando un background sonoro che odora di naftalina. Il parallelo con la recente collaborazione tra Liam Gallagher e John Squire è quasi inevitabile, e non del tutto lusinghiero. Anche quel progetto, infatti, non brillava per intuizioni creative.

Le undici canzoni di We Are Love scorrono dunque con mestiere, senza slanci, in modo più evocativo che ispirato, confermando i Charlatans per ciò che sono: una band esperta, coerente, ancora capace di costruire atmosfere solide e riconoscibili, ma che oggi suona piuttosto prevedibile. Insomma, non c’è più nessun genio della lampada da strofinare, e nessun tarocco nel mazzo da pescare.

Il disco incontrerà sicuramente il gusto dei vecchi fan, quelli che vogliono vedere il bicchiere sempre mezzo pieno, ma deluderà chi nutriva altre aspettative, e che invece quel bicchiere lo vede mezzo vuoto: “choices that we’re facing have a cost somehow… my glass half empty, yours half full”.

Il nuovo lavoro dei Charlatans è, in buona sostanza, un tuffo nostalgico negli anni ’90: suona come un grande “ricordiamo i vecchi tempi”, ma senza quell’effetto “wow, wow, wow” che tanto cerca Bruno Barbieri nel suo programma sull’hôtellerie. Questo accade quando la hauntology diventa più omaggio nostalgico e rievocazione che fonte di innovazione.

In altre parole, tornare a Rockfield e cercare di “catturare l’energia del passato” può apparire seducente dal punto di vista emozionale, ma di fatto non garantisce automaticamente freschezza o creatività.

“It’s just rock’n’roll but I gave my all, an opportunity for one more dance”, canta Tim Burgess in Many a Day a Heartache: d’altronde, ormai è tutto una reunion, un tour d’addio, un ultimo ballo, un’appendice all’esistenza artistica, solo per poter mantenere accesa l’illusione di rivivere, per l’ennesima volta, certe sensazioni.

Amazon Music Unlimited, tutta la musica che vuoi, dove vuoi, ad altissima qualità!

In qualità di Affiliato Amazon, riceviamo una piccola percentuale dagli acquisti idonei. Usando i nostri link, quindi, non spenderete un centesimo in più, ma contribuirete al mantenimento del sito.

Gli ultimi articoli di Andrea Musumeci

Condivi sui social network:
Andrea Musumeci
Andrea Musumeci
Articoli: 303