Lambchop: recensione di Punching The Clown

Con il nuovo album Punching The Clown, i Lambchop tornano a guardare all'America, con il suo passato e le sue storie di provincia, attraverso l'incontro tra l'intimità acustica del country-folk americano e la coralità liturgica del gospel.

Lambchop

Punching The Clown

(Merge Records)

alt folk americano, country, folk ballad, gospel, cinematic soul, bluegrass, dark folk, soundtrack, folk noir

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A distanza di quattro anni da The Bible e con oltre trent’anni di carriera alle spalle, i Lambchop tornano con Punching The Clown, il loro diciassettesimo album.

Per questo nuovo capitolo, il leader della band alt-country di Nashville, Kurt Wagner, prende ispirazione da un ascolto casuale alla radio, in cui rimane colpito dal suono di un banjo accompagnato da poche voci. Da lì la scoperta del lined-out singing, una forma di canto religioso nata in Scozia alla fine dell’Ottocento e poi migrata negli Stati Uniti, costruita sul dialogo tra una voce solista e un gruppo di cantanti.

Un’idea che si sviluppa lungo dodici tracce dal taglio cantautorale alt-country, dove il timbro vocale di Wagner – vissuto, laconico, rugoso e sommesso – è accompagnato dai cori polifonici dell’Eau Claire Vocal Sextet e del London Choir, dalla chitarra di Andrew Broder, dal banjo di Justin Vernon dei Bon Iver e da accenni sfumati di elettronica.

Il risultato è un disco in stile folk classico americano fatto di sottrazione, più asciutto e intimo rispetto ad alcune uscite recenti, con pochi strumenti e molto spazio lasciato (appunto) alle voci.

Le atmosfere cupe e nostalgiche si spingono e si dilatano verso una sorta di isolamento spirituale e simbolico, che scorre sui solchi polverosi di una desolazione emotiva ipnotica e a tratti struggente, scandita dal lento incedere di tonalità calde, avvolgenti e granulose, per cui ogni cosa assume contorni spogli e sospesi.

A fare da collante epidermico è la profonda interpretazione di Wagner, che si esprime in modo diretto, senza autotune o altri effetti elettronici, con uno spoken word più recitato che cantato, a mettere ancora più in risalto le sensazioni che scaturiscono dalle sue parole.

Ne emerge un realismo sonoro levigato e toccante, al tempo stesso crudo, minimale e magnetico, che richiama Bob Dylan, Micah P. Hinson e Bill Callahan. Le canzoni si muovono tra la densità melodica e il calore di ballad acustiche dall’impronta rurale, talvolta spettrale, e l’intensità malinconica di atmosfere country-folk dalle tinte noir e cinematografiche. Sullo sfondo avanzano cori gospel e spiritual, che in alcuni casi si riducono a sussurri, mentre in altri acquistano una magniloquenza quasi orgiastica, fino a evocare la dimensione liturgica dei Low di Hey What.

Il disco si addentra così nei luoghi più oscuri del vivere e nei ricordi sbiaditi della memoria, nella pacifica situazione di vecchie verande arrugginite e scricchiolanti, centellinando ogni stato d’animo, ogni pennellata ritmica, ogni arpeggio nudo, con gentilezza, fumosa pigrizia e una sottile inquietudine.

Nelle sue ombre narrative, che rimandano in parte al Bruce Springsteen di Nebraska e in parte alla visione di provincia americana raccontata da Chris Eckman e Willy Vlautin, i testi tornano a guardare all’America e alla sua storia: dalla Grande Depressione (The New World Wave) alla rabbia sociale di White People, dalla solitudine all’ansia esistenziale per il futuro e alla fragilità della vecchiaia (Weakened), fino alle riflessioni sul tempo che scorre inesorabile lasciando indietro le nostre migliori intenzioni (To Do).

Emergono anche i piccoli gesti quotidiani di resistenza contro il caos sociale dell’attualità (Cigar), il rapporto religioso con l’eternità dell’anima (Andrew Jackson Asshat), le contraddizioni dell’essere umano – sospeso fra il dramma interiore e la commedia della vita (Punching The Clown) – e il confronto sempre più difficile, oggigiorno, tra individuo e collettività, tra singolo e comunità.

Le canzoni alternano momenti raccolti ad aperture in cui i cori acquistano maggiore importanza, abbracciando l’onirico e il rurale, il dolore e la speranza, portando la spiritualità primordiale e terrigna del folk pastorale americano in territori dal respiro gospel.

Pertanto, se Punching The Clown può sembrare un disco semplice nella forma, è altresì in grado di esplorare diverse sfumature emotive, attraverso un’esperienza immersiva e balsamica che scalda i sensi, e dalla quale affiora la bellezza di una forma-canzone tanto scarna quanto confortante.

Un lavoro che mostra ancora una volta la capacità dei Lambchop di cambiare direzione senza perdere il proprio carattere, con il bisogno di ritrovare armonia nella fragilità dei propri sentimenti e con la musica sempre lì a infondere il suo potere terapeutico.

In fondo, è così che viviamo, trascinandoci in avanti col peso degli anni e contando i giorni mentre tutto ci si stringe addosso. D’altronde, come canta il buon Kurt nella title-track, “la vita è solo un giardino di sciocchi, e saremmo sciocchi a ignorarlo”.

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