Grandmas House
You’re a Winner
(Brace Yourself Records)
post-punk, post-grunge, alternative
Ci sono esordi che arrivano dopo una lunga rincorsa e proprio per questo suonano già maturi. Baby You’re A Winner, primo album delle Grandmas House, uscito Brace Yourself Records in compact disc, vinile e formato digitale, è uno di questi. Dodici brani per poco più di trentacinque minuti, nessun riempitivo, una scrittura che ha smesso di dover dimostrare qualcosa e ha cominciato a raccontare. Il quartetto di Bristol formato da Yasmin Berndt alla voce e alla chitarra, Poppy Dodgson alla voce e alla batteria, Zoë Zinsmeister al basso e ai cori e Polly Jessett alla chitarra arriva al debutto sulla lunga distanza dopo tre EP, Grandmas House del 2021, Who Am I del 2023 e Anything For You del 2025, e dopo anni passati a costruire una reputazione palco dopo palco.
La storia del gruppo comincia all’università, dove Berndt e Dodgson si conoscono scoprendo un gusto comune per il versante meno addomesticato dell’indie britannico, gli Shame e le Goat Girl in particolare. La spinta a imbracciare gli strumenti arriva però da un concerto delle Big Moon, che le convince che quel mestiere si può imparare facendolo. Trasferitesi a Bristol, le due reclutano Zinsmeister al basso e successivamente Jessett alla chitarra solista. Il debutto dal vivo nasce quasi per sfida, quando il proprietario del Thunderbolt, storico locale cittadino, le mette davanti al fatto compiuto assegnando loro una data prima ancora che avessero un repertorio pronto. È un dettaglio che spiega molto della loro estetica, perché l’urgenza del palco resta la misura di ogni scelta.
Per tradurre quell’energia su nastro la band si è affidata ad Ali Chant, produttore che ha lavorato con PJ Harvey, Perfume Genius e Yard Act, e che qui firma anche il missaggio. Le registrazioni si sono svolte al Playpen di Bristol con Niklas Lueger alla direzione tecnica, mentre il mastering è stato curato da Felix Davis ai Metropolis Studios di Londra. Il risultato è una fotografia insolitamente onesta di una band abrasiva. Chant non leviga, allarga. Lascia respirare la stanza attorno alla batteria, tiene il basso di Zinsmeister in primo piano con un corpo quasi fisico, e soprattutto costruisce lo spazio necessario alle armonizzazioni vocali, che diventano il vero elemento nuovo rispetto agli EP precedenti.
Il tratto distintivo del disco sta proprio lì. Berndt possiede un timbro ruvido, sporco, capace di passare dal parlato sarcastico al ringhio in un battito, e chi cerca appigli lo accosterà volentieri alla ruvidezza di Grian Chatten dei Fontaines D.C. Dodgson porta una seconda voce solista sorprendentemente lirica, che smorza e contrappunta. Zinsmeister aggiunge il terzo strato, quello che rende sinistre certe aperture corali. Tre registri diversi che si incastrano produce un impasto raro nel post-punk contemporaneo, dove la voce è quasi sempre monodica e recitativa. Qui invece la costruzione vocale ha una logica compositiva vera e propria, e in più di un passaggio ricorda la scuola dell’alternative americano degli anni Novanta più che i colleghi britannici di oggi.
Baby You’re A Winner apre il disco in modo ingannevole, con chitarre intrecciate e cori che sembrano promettere un ascolto morbido, prima che la sezione ritmica prenda il controllo e chiarisca le intenzioni. È un inno rock costruito sul paradosso di dover convincere qualcuno a cui si vuole bene del proprio valore. Segue DOG, il singolo apripista, il brano più diretto e più politico della raccolta, che affronta la malattia cronica e la superficialità di certi percorsi medici con una rabbia lucida, tutta giocata su una chitarra elastica e su una dinamica che si stringe e si allarga come un diaframma.
Blue Oblivion traduce il peso di un’ossessione affettiva in immagini corporee, con una scrittura che comprime la respirazione dell’ascoltatore. The Table, rodata a lungo dal vivo, ha una storia interessante, perché nasce in forma punk e si è trasformata nel tempo in un pezzo dall’ossatura rock più larga. Racconta la fine di una relazione con un crescendo di frustrazione che si sente prima nelle armonizzazioni che nel testo. Hurricane mantiene l’andatura spavalda e prepara il terreno a Dance, uno dei vertici del disco, dove il post-punk sincopato incontra il sassofono di Morgan Wallace dei Fat Dog. Quell’innesto di fiati cambia la temperatura del brano e sposta le Grandmas House in un territorio più ambiguo e teatrale, senza che il gruppo perda il proprio baricentro.
Next Big Hit (Choo Choo) è la resa dei conti con il paternalismo dell’industria musicale nei confronti delle musiciste. Berndt sceglie una recitazione volutamente atona sopra una distorsione schiacciante e una linea solista insistente che avanza come un convoglio. Taxidermy insiste sulla stessa fissazione amorosa portandola all’estremo dell’immagine, mentre Soaked abbassa i toni e racconta l’amore queer con una delicatezza inattesa, con le chitarre di Jessett che salgono lentamente verso una liberazione che ricorda certe soluzioni di Marika Hackman in Big Sigh.
Il finale è la parte in cui il gruppo rischia di più. I Miss That House affronta il lutto intrecciato alla malattia, How It Is si occupa dell’accettazione faticosa di una perdita, e Spring chiude con un arrangiamento scarno, di impronta quasi cameristica, dove ancora una volta il sassofono accompagna una scrittura contemplativa. È una sequenza coraggiosa, perché rinuncia all’effetto e chiede all’ascoltatore di restare fermo. Attraversa il disco anche una vena naturalistica che Dodgson riconduce alla poesia di Mary Oliver, e che si sente nella scelta delle immagini più che nei temi.
Il limite del disco è l’altra faccia della sua qualità migliore. L’intensità è quasi sempre alta e nella seconda metà alcune soluzioni ritmiche e alcuni passaggi di chitarra tendono a ripetersi, così che l’ascolto perde un poco di rilievo prima del cambio di registro finale. È un difetto tipico delle band cresciute sul palco, dove la varietà si ottiene con la presenza scenica più che con l’arrangiamento. La produzione di Chant attenua il problema ma non lo cancella del tutto.
Resta il fatto che Baby You’re A Winner è un esordio con una personalità già definita, che sa tenere insieme la vividezza narrativa di certi Big Thief e la ferocia della scena britannica contemporanea senza somigliare davvero a nessuno dei due poli. Le Grandmas House hanno scritto un album sull’attraversamento della vita adulta, sull’innamoramento e sul lutto, sulla solitudine e sull’amicizia, e lo hanno fatto senza retorica consolatoria. Chi frequenta il post-punk, il grunge e l’alternative britannico degli ultimi anni troverà qui una delle uscite più solide della stagione. Chi cerca soltanto un disco da urlare in macchina lo troverà comunque, e non è un demerito.
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