Quicksand: recensione di Bring On The Psychics

Recensione di Bring On The Psychics, il nuovo album dei Quicksand: dieci tracce tra hardcore, post-hardcore e memoria, prodotte da Jon Markson.

Quicksand

Bring On The Psychics

(Rude Records)

post-hardcore


Ci sono band che un genere lo hanno solo attraversato, e band che quel genere lo hanno letteralmente scritto. I Quicksand appartengono alla seconda categoria, e con Bring On The Psychics tornano a ricordarcelo senza bisogno di alzare la voce più del dovuto.

Parliamo del quinto album in studio del trio newyorkese, il primo lavoro nuovo di zecca dopo cinque anni di silenzio discografico, silenzio interrotto solo dal solido Distant Populations del 2021. Walter Schreifels, voce e chitarra, Sergio Vega al basso e Alan Cage alla batteria si presentano ancora una volta come nucleo essenziale della band, la stessa formazione a tre elementi che accompagna il gruppo dai tempi in cui Tom Capone lasciò il progetto nel 2017. Dal vivo, da qualche anno, li affianca anche Stephen Brodsky dei Cave In alla seconda chitarra, ma in sala di incisione i Quicksand restano fedeli alla loro anima più scarna.

La produzione porta la firma di Jon Markson, nome che i frequentatori delle scene hardcore e post-hardcore più recenti conoscono bene per il suo lavoro con Drug Church e Drain. Le session, dieci giorni in tutto, hanno restituito un suono asciutto e diretto, capace di mettere in risalto ogni singolo strumento senza inutili sovrastrutture. Il risultato è quello che la stessa etichetta ha definito un ponte sonoro tra il suono pesante e influente degli anni Novanta del gruppo e la vena più sperimentale e ambiziosa emersa nella loro fase più recente, e ascoltando il disco è difficile dargli torto.

Il titolo, come raccontato dallo stesso Schreifels, prende spunto da una celebre riflessione dell’astronomo Carl Sagan, e questo dettaglio non è casuale: Bring On The Psychics è un disco che guarda al passato del chitarrista con la lucidità di chi osserva le cose da una certa distanza, senza però mai scivolare nella nostalgia fine a sé stessa. Schreifels ha raccontato di essere tornato con la mente ai dischi che lo hanno formato da ragazzo, citando come riferimenti Break Down The Walls degli Youth Of Today e Start Today dei Gorilla Biscuits, due pietre miliari dell’hardcore e della scena youth crew che lui stesso ha vissuto da protagonista prima di fondare i Quicksand nel 1990.

L’apertura è affidata a Get To It, un pezzo che punta dritto alla giugulare con un incedere quasi impaziente, specchio di un brano che lo stesso Schreifels ha descritto come una riflessione sulla procrastinazione e sulla necessità di smettere di rimandare. Segue Regenerate, dedicata al tema del ricominciare, del trovare nuove strade quando la vita toglie qualcosa senza preavviso: un concetto semplice, quasi universale, restituito con un’urgenza che non scade mai nella retorica.

Agency rallenta il passo e costruisce una tensione quasi minacciosa, mentre Crystallize mostra il lato più angolare della chitarra di Schreifels, con episodi che strizzano l’occhio a certe atmosfere shoegaze senza mai perdere la spina dorsale post-hardcore. Supercollider torna a stringere la morsa con un riffing pesante, quasi metallico, e In Full Color alterna momenti di apertura melodica a passaggi più cupi.

Il cuore più sorprendente del disco è probabilmente Days You Run To, un brano più disteso in cui lo stesso Schreifels ha citato come riferimento il lato più atmosferico dei Fugazi, con un pizzico di suggestione alla Pink Floyd: una dichiarazione che, ascoltando il pezzo, trova pienamente conferma. Cool Guy, definita dalla band stessa come una sorta di diss track in stile old school, mette in mostra il lavoro di basso di Vega, mentre Moving Forward torna a un approccio diretto e quasi punk. Chiude il cerchio la title track, Bring On The Psychics, dove la batteria di Cage guadagna un ruolo quasi da protagonista assoluta.

Parlare di Quicksand significa inevitabilmente parlare di Fugazi e Helmet, i due punti di riferimento più citati fin dagli esordi del gruppo, quando Slip del 1993 e Manic Compression del 1995 ridisegnarono i confini tra hardcore, alternative rock e quello che sarebbe diventato noto come post-hardcore. In Bring On The Psychics quelle radici restano ben visibili, ma convivono con qualcosa di più contemporaneo: alcuni osservatori internazionali hanno persino accostato l’energia del brano di apertura a quella dei Turnstile, per poi correggersi subito, perché di fatto un pezzo dei Quicksand non può somigliare a nessun altro se non a sé stesso, semmai è il contrario ad essere vero.

Bring On The Psychics non è un disco che cerca scorciatoie nostalgiche né un tentativo di inseguire tendenze contemporanee. È il lavoro di tre musicisti che conoscono a memoria il proprio linguaggio e che, a oltre trent’anni di distanza dal debutto, trovano ancora qualcosa di nuovo da dire dentro quel linguaggio. Per chi ha amato il post-hardcore delle origini e per chi si è avvicinato al genere solo di recente, resta un ascolto che vale la pena affrontare con attenzione, magari a volume alto.

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Garofalo Massimo
Garofalo Massimo

Critico cinematografico, sul finire degli anni '90 sono passato a scrivere di musica su mensili di hi-fi, prima di fondare una webzine (defunta) dedicata al post-rock e all'isolazionismo. Ex caporedattore musica e spettacoli di Caltanet.it (parte web di Messaggero, Mattino e Leggo), ex collaboratore di Leggo, il 4 ottobre 2002 ho presentato al cyberspazio RockShock.
Parola d'ordine: curiosità.
Musica preferita: dal vivo, ben suonata e ad altissimo volume (anche un buon lightshow non guasta)

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