Maniac Maison
s/t
(Humpty Dumpty Records, 2026)
avant-pop
Ci sono dischi che nascono da un progetto preciso e dischi che invece si formano per accumulo, quasi per caso, fino a diventare qualcos’altro rispetto all’idea di partenza. Maniac Maison, esordio omonimo del trio di base a Bruxelles composto da Casimir Liberski, Lucien Fraipont e Shoko Igarashi, appartiene chiaramente alla seconda categoria, e il risultato è uno dei dischi più imprevedibili ascoltati quest’anno.
Il progetto nasce dalle bozze MIDI che Casimir Liberski, pianista jazz formatosi al Berklee College of Music e compositore per il cinema, aveva accumulato sul proprio hard disk cercando di dare forma pop a materiale piuttosto grezzo. Coinvolge poi l’amico d’infanzia Lucien Fraipont, già noto per il progetto Robbing Millions oltre che per le collaborazioni con Aksak Maboul e Duid, e la compagna Shoko Igarashi, anche lei diplomata al Berklee. Quello che parte come un’idea individuale diventa presto un lavoro davvero collettivo, con ciascun membro autore di una parte consistente dei brani.
La storia del gruppo si intreccia con gli spostamenti geografici dei tre. Il primo momento di vicinanza reale risale al 2017, durante un soggiorno a Los Angeles dove tutti e tre si trovano per ragioni diverse, entrando in contatto con la scena indie di Echo Park e frequentando, tramite il produttore Shags Chamberlain, ambienti vicini ad Ariel Pink e Mac De Marco. Il materiale vero e proprio di Maniac Maison, però, prende forma solo quando Shoko e Casimir lasciano New York per stabilirsi in Belgio. Nel 2020 Casimir costruisce uno studio nel seminterrato di una casa in stile art déco nel quartiere di Ixelles, dove vive insieme a Shoko mentre Lucien fa la spola da Bruxelles. Il lockdown fa il resto, e da centinaia di brani accumulati ne restano dieci, quelli che compongono il disco pubblicato il 22 maggio 2026 per Humpty Dumpty Records, storica etichetta DIY belga in catalogo dal 2006 con nomi come Yôkaï, Monolithe Noir, Coraline Gaye e Mountain Bike.
Tutti e tre hanno un background jazzistico solido, eppure Maniac Maison con il jazz in senso classico ha poco a che fare. Quello che li accomuna è piuttosto un gusto per l’arte outsider e per tutto ciò che rifiuta le logiche commerciali più prevedibili. Lo dice chiaramente lo stesso Casimir Liberski, che racconta di cercare sempre un angolo diverso rispetto a quello che va per la maggiore, aggiungendo che se un’intera generazione di produttori si getta su un certo suono, lui preferisce fare l’opposto piuttosto che affollare un terreno già saturo.
Le influenze dichiarate spaziano dai pionieri elettronici giapponesi degli Yellow Magic Orchestra al synth pop dei belgi Telex, dalle colonne sonore vintage dei videogiochi giapponesi fino a Mozart, un ventaglio che nel disco si traduce in una scrittura che non teme le contaminazioni improvvise.
L’apertura è affidata a Les Pantoufles, brano dal sapore quasi new age che introduce elementi vicini al canto armonico e proietta subito l’ascoltatore verso un immaginario giapponese, non a caso paese natale di Shoko e territorio che lo stesso Casimir frequenta fin da adolescente, avendo firmato tra l’altro la colonna sonora del film del padre Stefan Liberski, Tokyo Fiancée.
Dora Neko, cantata in giapponese da una Shoko particolarmente convincente, lavora su un’armonia sofisticata costruita facendo procedere all’indietro una progressione di accordi, un espediente tecnico che il gruppo utilizza per rompere la prevedibilità della scrittura pop. Death Companions mescola un basso funky e un’atmosfera da colonna sonora di videogioco d’annata a un campionamento tratto dai Simpson, con il celebre verso di scherno di Nelson Muntz, e trova nel sax di Shoko uno dei momenti solistici più intensi del disco, frutto evidente degli anni passati sulla scena jazz newyorkese.
New Museum, primo estratto e accompagnato da un video diretto da Canek Zapata, gioca su un testo volutamente banale che parla di non voler andare a un museo, rendendo omaggio ai Telex e al loro approccio ironico e tipicamente belga alla musica. La stessa vena si ritrova in Je travaille sur ma musique, marcia elettrica dal ritmo quasi metal in cui Shoko canta la scusa di non poter partecipare a un funerale perché impegnata con la propria musica, gioco linguistico che nasconde una riflessione più seria sui sacrifici della vita da musicista, chiusa da una citazione pianistica di Mozart eseguita dallo stesso Casimir.
The Lake rappresenta il momento più immediato del disco, quasi un pezzo da radio se paragonato al resto della scaletta, ma anche qui non mancano deviazioni improvvise che impediscono all’ascolto di diventare prevedibile.
Shoko Igarashi è la voce guida del progetto e canta in giapponese, francese e inglese, elemento che rende il disco ancora più stratificato considerando che buona parte dei brani nasce più come spazio da esplorare che come canzone in senso tradizionale. Una scelta che richiede più ascolti per essere apprezzata fino in fondo, ma che alla lunga ripaga.
Maniac Maison è un disco che riesce a spostare continuamente l’ascoltatore tra epoche e riferimenti diversi, dal Giappone elettronico degli anni ottanta al pop belga più eccentrico, restando però sempre riconoscibile come proprio, con una cifra stilistica precisa. Tre musicisti di formazione jazz che hanno trovato il modo di raccontarsi individualmente e collettivamente senza restare imprigionati nell’ortodossia del proprio background, portando a casa un esordio fresco e sinceramente imprevedibile. Consigliato a chi ama synth pop, avant pop e in generale tutto ciò che si muove ai margini delle classificazioni di genere.
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