John Carpenter: recensione di Cathedral

Recensione di Cathedral, il nuovo album di John Carpenter con Cody Carpenter e Daniel Davies uscito il 7 agosto 2026 per Sacred Bones: quattordici brani tra heavy metal, organo gotico e sintetizzatori, colonna sonora del primo romanzo grafico del regista.

John Carpenter

Cathedral

(Sacred Bones)

cinematic metal


Ci sono dischi che nascono da un’idea e dischi che nascono da un incidente. Cathedral nasce da un incubo, e John Carpenter lo racconta senza troppa poesia: nel 2024 sogna di dirigere un film, ma nessuno lo ascolta e il tempo sta per scadere. Dentro quel sogno c’è però un’immagine precisa, un corpo umano rivoltato come un guanto, che porta una detective verso una chiesa abbandonata nel centro di Los Angeles. Da lì è partito tutto.

Il risultato è doppio. Il 4 agosto 2026 Storm King Comics ha pubblicato il primo romanzo grafico firmato da Carpenter, scritto insieme alla moglie e socia di sempre Sandy King e allo sceneggiatore Sean Sobczak, disegnato da Federico De Luca e Luis Guaragna. Tre giorni dopo Sacred Bones ha fatto uscire la colonna sonora, catalogo SBR381. I due oggetti sono pensati per stare insieme: ogni traccia corrisponde a una sezione del libro e le note di copertina indicano quando far partire cosa. È la cosa più vicina a un nuovo film di Carpenter dai tempi di The Ward, che risale al 2010.

La formazione è la stessa che dal 2015 ha rimesso Carpenter in pista come musicista a tempo pieno: lui alle tastiere, il figlio Cody Carpenter ai sintetizzatori, il figlioccio Daniel Davies alla chitarra. Quattro capitoli della serie Lost Themes, la raccolta Anthology del 2017, le colonne sonore della trilogia di Halloween firmata da David Gordon Green e quella di Firestarter. Nessun produttore esterno accreditato: il mixaggio porta la firma di Daniel Davies insieme a John Spiker. Alla batteria c’è Scott Seiver, agli archi Kiara Ana tra violino e viola e Naill Ferguson al violoncello.

Le coordinate estetiche di Carpenter le conosciamo bene e lui non le ha mai nascoste. Bernard Herrmann prima di tutto, per la capacità di essere emotivo restando essenziale, e con lui Dimitri Tiomkin e James Bernard, il compositore della Hammer. Poi la folgorazione elettronica: i Tangerine Dream di Sorcerer nel 1977 e i Goblin di Profondo Rosso e Suspiria, che gli hanno mostrato come un gruppo rock potesse fare paura meglio di un’orchestra. Ennio Morricone lo ha incontrato davvero, per The Thing del 1982, e gli ha chiesto di togliere note anziché aggiungere.

Su Daniel Davies vale la pena soffermarsi, perché è il vero motore del cambio di rotta. È figlio di Dave Davies dei Kinks, cioè dell’uomo che ha inciso il riff distorto di You Really Got Me e ha involontariamente aperto la strada al metal e al punk. Prima di lavorare con il padrino ha cantato e suonato negli Year Long Disaster, è passato dagli stoner Karma to Burn e ha collaborato con i CKY. Quel curriculum, su questo disco, si sente in ogni battuta. Cody, dal canto suo, è un appassionato dichiarato di rock progressivo e con il progetto solista Ludrium lavora su tutt’altre coordinate. La convivenza tra queste due sensibilità è esattamente ciò che rende Cathedral interessante.

Carpenter lo ha definito il suo primo album di heavy metal. Davies ha spiegato la genesi in modo più prosaico: era la storia a dettare le scelte, Carpenter descriveva una scena e chiedeva un riff pesante, e il disco è scivolato lì dentro senza un piano preciso. Discogs lo cataloga tra heavy metal, gothic metal ed ethereal, e per una volta l’etichetta non è campata in aria.

Primeval apre con cinque minuti che stabiliscono subito la regola del gioco: la chitarra di Davies prende il centro della scena e i sintetizzatori arretrano a fare da fondale. Identity introduce l’elemento sacro, con organo e voci di stampo gregoriano che restano il tratto più riconoscibile del disco. Inside Out è il momento più sgradevole nel senso migliore del termine, coerente con la scena che accompagna. Abandoned Cathedral è il pezzo dove le tastiere dei due Carpenter si incontrano con gli archi, ed è anche il punto in cui Cathedral si allontana di più dalla grammatica sintetica dei Lost Themes.

Il dittico Elevator e Elevator Two è il cuore ritmico dell’album. Il primo ha una pulsazione quasi ballabile che il pubblico affezionato riconoscerà come marchio di fabbrica del Carpenter di Escape from New York, il secondo apre verso un registro più solenne. Desolation in the Underworld riporta i sintetizzatori in primo piano e abbassa la temperatura. The Mapmaker e The Ferryman lavorano sulla tensione più che sulla melodia, e The Ferryman in particolare è tra le cose più drammatiche che il trio abbia inciso.

Lord of the Underground, uscito in anteprima a maggio con un video animato tratto dalle tavole del fumetto, è il pezzo che ha convinto la stampa a prendere sul serio la parola metal. Riff lento, incedere da marcia funebre, poco spazio per l’ironia. Death of the Mapmaker è invece la traccia più malinconica, affidata quasi interamente alle tastiere. Da Back to Ruins in poi il disco corre verso la chiusura: Revenge ha una spina dorsale quasi funky sotto la coltre gotica, Resolution congeda l’ascoltatore sui bassi profondi senza concedere il lieto fine.

Il disco ha un problema di identità che vale la pena affrontare senza girarci intorno. Chi arriva da Lost Themes IV: Noir del 2024 troverà un lavoro molto meno arioso, dove il sintetizzatore ha ceduto spazio a una chitarra che a tratti diventa ingombrante. C’è poi il rischio che fuori dal contesto del fumetto la musica perde parecchio del suo senso, anche se Carpenter ha ripetuto in ogni intervista che la musica doveva reggersi da sola, e per larga parte ci riesce.

Personalmente, il momento che mi resta addosso non è il metal dichiarato di Lord of the Underground, ma il modo in cui organo, archi e sintetizzatori si sovrappongono in Abandoned Cathedral. Lì Carpenter fa quello che ha sempre saputo fare meglio, cioè costruire una minaccia con pochissimi elementi. Quando invece il trio calca la mano sul riff, il rischio è di finire in un territorio già battuto da chiunque abbia mai ascoltato i Black Sabbath.

Sul piano tecnico il mixaggio di Davies e Spiker è forse la scelta più discutibile del pacchetto. La batteria di Seiver è compressa in avanti, gli archi restano un po’ schiacciati e le tastiere di Cody, che nei Lost Themes respiravano, qui devono spesso accontentarsi del secondo piano. Chi ascolta in cuffia se ne accorge subito.

Oltre al compact disc e al vinile nero, Sacred Bones ha messo in circolazione diverse tirature limitate, tra cui una edizione Amethyst e una Midnight Splatter con un 45 giri in omaggio. Il sette pollici contiene le versioni dal vivo di Lord of the Underground e di Last Rites, brano che arrivava da Lost Themes IV: Noir, registrate al Belasco Theater di Los Angeles. Le edizioni più ricche sono già esaurite sul negozio dell’etichetta, il che dice qualcosa sulla salute del culto attorno a Carpenter a settantotto anni suonati.

Cathedral non è il disco più riuscito della seconda vita musicale di John Carpenter, e probabilmente non è nemmeno quello che convertirà chi finora è rimasto indifferente. È però un lavoro coraggioso, che rifiuta di ripetere la formula che funzionava e accetta di sporcarsi le mani con un genere che non gli appartiene del tutto. Ascoltato con il fumetto tra le mani diventa un’esperienza notevole. Ascoltato da solo, con le luci spente, resta un buon film per la testa. Che poi era esattamente il progetto di partenza.

John Carpenter – Cathedral (CD)

John Carpenter Catedral (LP)

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Garofalo Massimo
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Critico cinematografico, sul finire degli anni '90 sono passato a scrivere di musica su mensili di hi-fi, prima di fondare una webzine (defunta) dedicata al post-rock e all'isolazionismo. Ex caporedattore musica e spettacoli di Caltanet.it (parte web di Messaggero, Mattino e Leggo), ex collaboratore di Leggo, il 4 ottobre 2002 ho presentato al cyberspazio RockShock.
Parola d'ordine: curiosità.
Musica preferita: dal vivo, ben suonata e ad altissimo volume (anche un buon lightshow non guasta)

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