Jérémie Ternoy: recensione di Ça commence par la marche

Recensione di Ça commence par la marche, il nuovo album di Jérémie Ternoy: un'opera costruita attorno a un unico motivo di tredici note.

Jérémie Ternoy

Ça commence par la marche

(Circum Disc, 2026)

contemporary jazz, experimental jazz


Ça commence par la marche, il nuovo lavoro del pianista francese Jérémie Ternoy, è un’opera costruita interamente attorno all’idea del camminare, inteso non come metafora vaga ma come principio compositivo vero e proprio.

Nato nel 1977 e attivo da oltre vent’anni nella regione francese dell’Hauts-de-France, Ternoy arriva a questo disco dopo un percorso artistico piuttosto stratificato. Ha collaborato con figure di primo piano del jazz francese come Gérard Marais, Sylvain Kassap, Jacques Mahieux, Henri Texier e Bernard Lubat, ha attraversato la scena underground europea e statunitense con il trio TOC muovendosi nel territorio del progressive free rock, ha vinto concorsi prestigiosi come Jazz à la Défense, Jazz à Vienne e Jazz Migration, e per diversi anni ha fatto parte dei Magma, storica formazione francese con cui ha girato a livello internazionale. Insegnante al Conservatoire à Rayonnement Départemental di Tourcoing e all’ESMD, oltre che compositore e arrangiatore per proprio conto, nel 2021 ha ricevuto una commissione statale che lo ha portato a scrivere questa sua prima composizione di ampio respiro.

Il concetto guida dell’album viene esplicitato fin dal booklet, dove Ternoy cita lo scrittore Bruce Chatwin e il suo libro Le vie dei canti, ricordando come un bambino cresciuto tra i boscimani venga trasportato per migliaia di chilometri prima di imparare a camminare da solo, e come proprio in quella fase, passata a nominare gli elementi del proprio territorio, diventi inevitabilmente un poeta. Da questa suggestione Ternoy costruisce l’intera architettura del disco: camminare significa mettere un piede dopo l’altro, lentamente, osservando il mondo al ritmo del proprio movimento, e ogni gesto trasforma la percezione mentre l’attenzione si sposta insieme al corpo. Al pianoforte succede qualcosa di analogo, con il martelletto che cade sotto la forza di gravità e viene rilanciato dall’energia del corpo stesso: suonare diventa così un camminare, e camminare diventa ascoltare.

Il cuore sonoro dell’opera è un motivo di tredici note, suonato in loop dai due pianoforti che Ternoy utilizza come fossero due mani indipendenti, una specie di strumento a due voci gestito da un solo musicista. Attorno a questo nucleo prendono progressivamente forma due batterie, due contrabbassi, tre voci e tre fiati, tutti concepiti come estensioni naturali del pianoforte più che come sezioni a sé stanti. Ogni musicista riprende, amplifica o devia leggermente la cellula originaria, contribuendo a una progressione collettiva che si sviluppa con calma ma senza mai fermarsi davvero.

Il disco è composto da sei brani per una durata complessiva di circa cinquantatré minuti, e la scaletta si apre con Juste avant, breve introduzione di tre minuti e mezzo che prepara il terreno a Presque un pas, il brano più esteso e probabilmente il cuore pulsante dell’intero lavoro, con i suoi ventisei minuti ababondanti costruiti su un canto quasi ipnotico e una variazione minima che con il tempo diventa sempre più efficace. Marche avant, otto minuti dal piglio più ruvido e quasi tribale, introduce le due batterie e i fiati in una progressione dal groove insistente, mentre Marche arrière lavora in direzione contraria, più breve e spigolosa. Peu après recupera un andamento quasi swingante prima di condurre al brano che dà il titolo al disco, Ça commence par la marche, che chiude il cerchio riportando tutto al pianoforte solo, in un ritorno al silenzio che rappresenta uno degli effetti più riusciti dell’intero ascolto.

Il riferimento dichiarato è la musica ripetitiva e i ritmi ciclici cari a compositori come Steve Reich, ma Ternoy evita con cura l’operazione di semplice omaggio. L’energia della batteria, spesso spinta da una grancassa pesante e onnipresente, introduce una componente quasi rock che allontana il disco da qualsiasi lettura puramente accademica del minimalismo. Il risultato è una trance che non cerca mai l’effetto spettacolare, restando invece interiore, organica, in continua evoluzione: l’orecchio si muove tra il dettaglio microscopico e la visione d’insieme, un po’ come accade osservando le prospettive vertiginose di Escher, senza mai perdere davvero l’orientamento.

Attorno a Ternoy, che firma pianoforti e composizione, ruota una vera famiglia allargata legata all’etichetta Circum Disc: Sakina Abdou al sassofono, Christian Pruvost a tromba e flicorno, Vianney Desplantes all’eufonio, Maryline Pruvost, Kristof Hiriart e Sarah Butruille a voce e percussioni, Nicolas Mahieux al contrabbasso, Ivann Cruz alla chitarra, Peter Orins e Charles Duytschaever alle batterie. La registrazione, curata da Alexandre Noclain, si è svolta tra lo Studio Gil Evans di Amiens e lo Studio Ronchin, il missaggio è firmato da Philippe Teissier du Cros e il mastering da Romain Dupont. La copertina, essenziale e coerente con lo spirito dell’opera, porta la firma di Sakina Abdou e dello stesso Ternoy.

Ça commence par la marche è un disco che chiede pazienza e restituisce, con altrettanta pazienza, un’esperienza di ascolto rara. Non è musica che si consuma distrattamente, ma una architettura sonora che si rivela poco alla volta, proprio come suggerisce il titolo, un passo dopo l’altro. Un lavoro che parla tanto agli appassionati di jazz contemporaneo quanto a chi ama la musica ripetitiva e le sperimentazioni al confine tra rock progressivo e composizione colta, confermando Jérémie Ternoy come una delle voci più originali della scena francese attuale.

Bandcamp

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Garofalo Massimo

Critico cinematografico, sul finire degli anni '90 sono passato a scrivere di musica su mensili di hi-fi, prima di fondare una webzine (defunta) dedicata al post-rock e all'isolazionismo. Ex caporedattore musica e spettacoli di Caltanet.it (parte web di Messaggero, Mattino e Leggo), ex collaboratore di Leggo, il 4 ottobre 2002 ho presentato al cyberspazio RockShock.
Parola d'ordine: curiosità.
Musica preferita: dal vivo, ben suonata e ad altissimo volume (anche un buon lightshow non guasta)

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