The Zen Circus: recensione di Il Male

Le mille sfaccettature de Il Male secondo gli Zen Circus: tra rock e canzone d’autore, 11 brani su cosa volevamo essere e cosa siamo veramente, preferendo il male al bene artificiale.

The Zen Circus

Il Male

(Universal)

alternative rock, canzone d’autore


Nel corso di quest’ultimo decennio i The Zen Circus non hanno cambiato direzione, a volte possono sembrare meno irruenti di un tempo, forse più sentimentali, ma Il Male, l’ennesimo loro album, non sposta di una virgola i contenuti sonori e lirici della loro produzione. La band toscana con queste nuove 11 canzoni è tornata a scrivere insieme i pezzi come non si era fatto da Vita e Opinioni di Nello Scarpellini, promuovendo persino il disco in modalità busker, facendosi intervistare al chiuso per poi trascinare la gente lungo i vicoli all’aperto con gli strumenti in mano.

Il filo conduttore di questo disco è quella sensazione di cattiveria e di malessere che alberga in maniera del tutto naturale dentro ognuno di noi, sfogo necessario attraverso un atto “cattivo come un cancro” verso il prossimo, rivoltandosi a volte persino contro. Parte con la title track dal ritmo drammatico ed elettrico col basso-chitarra, sostenuto da un ritornello che si imprime subito. Un Male che costantemente neghiamo, dove se possiamo saltiamo la fila, non paghiamo i nostri dipendenti, non ci scusiamo per esserci comportati male: agli altri diciamo di essere delle brave persone, non tanto per mentire a noi stessi quanto per convincerci che non siamo delle merde.

Dopo il buon L’Ultima Casa Accogliente gli Zen Circus avevano presentato, con Cari Fottutissimi Amici, un album pieno di partecipazioni (Carboni, Brunori, Motta, i Fast Animals and Slow Kids, tra i tanti) passato in sordina dai media visto che dischi totalmente fatti di collaborazioni è raro vederne in giro, se non per celebrare e rinverdire con duetti le vecchie canzoni di qualche artista di successo. Poi Humanize, il terzo album solista di Andrea Appino, un ambizioso e non facile progetto di riflessioni, interviste e belle canzoni, pur non essendo realizzato per centrare aspettative commerciali, ha avuto belle pacche sulla schiena da parte della critica, perché oggi ci vuole coraggio a fare certi dischi in un mondo che non li sa più ascoltare.

E Il Male arriva dopo una pausa in cui anche Karim e Ufo, la storica sezione ritmica della band, hanno lavorato ai loro progetti personali. Qqru per esempio si è dedicato a delle sonorizzazioni come quella di Metropolis con la Sammarelli dei Verdena e Iriondo degli Afterhours. La fervida penna e la sei corde di Appino hanno continuato a produrre canzoni dove poi ben 11 di queste sono finite in questo progetto discografico, legandosi insieme in un concept definito.

Su questo disco sono incise tracce grintose come Il Male, Novecento e Virale e pezzi indie-rock dove il distorsore non si risparmia, tra tirate ironiche come Miao (“ciao testa di merda quanto tempo, come va con la psoriasi”) o la teatrale Vecchie Troie (“Giovane, io ti odio, come odiavo me alla tua stessa brutta età”), in cui emerge la parte cattiva del male che “ci rende disumani”, diventa abitudinario, giustificato, ci fa sentire legittimati a comportarci in maniera egoistica quando indossiamo una maschera composta da “un sorriso e l’occhio afflitto”, o semplicemente perché ci “piace quello che fa male, fumare, bere e pensare” (Caronte). Tra crisi di valori e di lavoro si fa grande difficoltà ad affrontare l’esistenza, difficile galleggiare sotto a quella che è “la regola del mondo” dove non puoi coltivare quell’idea di vivere senza lavorare, giustamente.

Un album rock, bello elettrico, energico, mezzo scatenato e mezzo riflessivo. C’è la capacità di scrittura di Appino che ha raggiunto da tempo una buona maturazione lirica disco dopo disco, ci sono canzoni dove si guarda dentro se stessi con un po’ di nostalgia, in parte le tracce testimoniano tra ritmi frenetici e ballad una rincorsa all’amore perduto, di chi se ne è andata via lasciando “foto e orecchini, qualche regalo, due dita di polvere dentro l’armadio dove i tuoi vestiti si muovono ancora”, di una storia che “rimane poco, ma è Meglio di Niente”.

In altre, come in Adesso e Qui, nasce spontanea una riflessione sul senso della vita, quando tutti ti rincuorano, incoraggiano, hanno le grandi verità in tasca e non fanno che consigliarti, ma la verità più importante è che “nessuno ci capisce niente”. Mondi e vite diverse, è andata così e non ci puoi fare niente se chi il weekend lo passa a smaltire i postumi di una sbronza mentre qualcun altro “fa gite con i figli, chi lava la BMW… un gelato, un sushi, la pizza e la TV”.

Si salterà sotto il palco quando arriverà il momento di Novecento, scanzonato punk rock su cio’ che ha segnato lo scorso secolo trascinandosi ad oggi con le immagini di “campi di concentramento, il muro, il buco dell’ozono, Jovanotti, Putin, Gerry Scotti” e ancora “Pacciani, Damiano, Bin Laden, Flavia Vento”, passando dai momenti macabri di una certa storia alle storie sconcertanti di quello che subiamo oggi. Un gigantesco meme, dicono gli Zen, a cui preferire il male al bene artificiale.

E poi ci sono le ballate acustiche introspettive, folk e autobiografiche (Meglio Di Niente, Caronte, Adesso e Qui) e quei lentoni commoventi: E’ Solo un Momento e Un Milione di Anni saranno due altri pezzoni da cantare insieme ai concerti. Il primo è un’ode alla solitudine, a quei brutti momenti che pensiamo non passino mai (“credo che sia il momento di urlarmi in faccia quello che mi tengo dentro”), il secondo una love song che più che evocare un amore incompreso richiama il nostro io che sognava chissà cosa e oggi si ritrova a provare “dolore, o sarà solamente un ricordo di un’altra epoca”, nella speranza di essere sì, ancora vivi, ma non morti dentro.

Sito web: thezencircus.it

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