The Chameleons
Arctic Moon
(Metropolis Records)
post-punk, indie-rock, power rock, new wave, shoegaze, jangly rock, elettro-folk
A distanza di ben ventiquattro anni dall’uscita di Why Call It Anything?, e a un anno dalla pubblicazione degli EP Where Are You? e Tomorrow Remember Yesterday, i Chameleons tornano in scena con il nuovo lavoro in studio Arctic Moon. Un album che arricchisce ulteriormente il loro inconfondibile stile, smussando certi angoli sonori del passato e aggiungendo un’ariosità di trame orchestrali e cinematiche a quel mix potente di atmosfere algide, epiche ed evocative, melodie energiche e crepuscolari, voce carismatica, riff incalzanti, ritmiche circolari e chitarre riverberate che da sempre costituiscono la cifra stilistica della storica e pionieristica band di Middleton.
Sono passati oltre quarant’anni dal loro debutto con Script Of The Bridge, disco iconico che ha contribuito in modo sostanziale alla crescita della scena post-punk degli anni ’80, influenzando a posteriori il successo commerciale di realtà come Verve, Charlatans, Killers e Flaming Lips. Tuttavia, come accadde anche ai The Sound del compianto Adrian Borland, i Chameleons non hanno ottenuto il riconoscimento che meritavano, venendo riscoperti e rivalutati solo molti anni più tardi.
Già dal titolo, Arctic Moon si presenta come un’opera intrisa di simbolismi ed elementi contrastanti: le parole “luna” e “artica” evocano un immaginario misterioso e poetico, la bellezza distante e fredda della luna si fonde con l’affascinante desolazione paesaggistica dell’Artico. In questo dualismo, la luna porta luce nell’oscurità delle notti polari, diventando così metafora di speranza. Il titolo dà l’idea, quindi, della condizione umana contemporanea all’interno di un ambiente rigido e inospitale, sia esso culturale, politico o sociale.
Musicalmente, Arctic Moon si muove su echi della tradizione del rock britannico, ma spazia con naturalezza tra psichedelia, power rock, new romantics e new wave, rivelando una griffe stilistica più sfaccettata, più “camaleontica”. C’è una corrispondenza di suoni intensi, brillanti, spirituali e coinvolgenti, che vanno a conferire maggiore forza espressiva a quello che si configura come un comeback a metà strada tra revival e rinascita.
Il percorso si apre con il vigoroso rock’n’roll da stadio di Where Are You?, per poi rallentare con Free Me, una ballad downtempo che richiama la fragilità emotiva dei Cranberries. Con le sue nostalgiche tonalità elettro-folk scintillanti, Lady Strange riporta alla mente l’indole melodica e romantica della new wave, mentre Magnolia esplora territori più rarefatti, sognanti, con riverberi quasi dub che rimandano ai Portishead. David Bowie Takes My Hand si distingue per il suo andamento enigmatico, scandito da suggestioni elettroacustiche psych-folk e visioni pinkfloydiane.
Sotto il profilo testuale, le sette tracce del disco affrontano temi profondi e attuali, senza ricorrere a riferimenti espliciti, ma mantenendo un’ambiguità voluta con cui evocare qualcuno o qualcosa. In Lady Strange, Feels Like The End of the World, Free Me e Where Are You? emergono motivi esistenziali come smarrimento, bisogno di orientamento, ricerca di appartenenza e identità (“I need someone who’s not afraid of this dark dynamic we have made”). Ognuno di noi è in grado di interpretare i segnali del cielo e della terra: ma cosa succede se non ci riusciamo?
Nell’episodio conclusivo, Saviours Are A Dangerous Thing, tra chitarre tex-mex e atmosfere chiaroscurali, si sviluppa invece una riflessione critica sul fascino seducente – e spesso pericoloso – della propaganda, dei falsi salvatori. Un brano che si proietta nelle derive autoritarie e nelle ideologie polarizzanti dell’oggi: “in bilico tra santi e falsi dei”, come cantava Giuliano Sangiorgi sei Negramaro.
Particolarmente significativo è David Bowie Takes My Hand, un affettuoso omaggio al Duca Bianco che assume anche un valore emblematico più ampio. Il gesto di essere “presi per mano” da un’icona come Bowie rappresenta il potere salvifico dell’arte: un faro in una contemporaneità così confusa e opprimente, che continua a offrire rifugio, ispirazione e significato.
Secondo le parole dello stesso Burgess, “c’è una maturità evidente nella scrittura dei brani, ma chi conosce il nostro percorso riconoscerà in Arctic Moon un’evoluzione coerente e positiva”. Un’affermazione che ben riassume l’essenza di questa release, segnata da una lunga assenza, da vicissitudini personali e cambi di formazione, ma che rappresenta anche un atto di resistenza.
Con Arctic Moon, i Chameleons firmano un ritorno che guarda al passato evitando la facile nostalgia, e al presente con curiosità e preoccupazione. L’album mescola fedeltà alle origini e voglia di cambiare, attraverso un’evoluzione naturale che mantiene ancora vivo il carattere della band.
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