Sprints: recensione di Letter to Self + The Vaccines: recensione di Pick Up Full Of Pink Carnations

Se da un lato, con il loro primo full-lenght i dublinesi Sprints si affidano a un sound che risente di influenze derivative, dall'altro, con il loro sesto album, i londinesi The Vaccines rievocano se stessi, alternando atmosfere nostalgiche e suoni retrò.

Sprints

Letter to Self

(City Slang)

post-punk revival, power rock, garage punk, hard rock, spoken word, darkwave

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Dopo la pubblicazione di due EP, Manifesto e A Modern Job, e una discreta attività live nei club più importanti del Regno Unito, gli Sprints mandano alle stampe il loro primo full-lenght intitolato Letter to Self, anticipato dall’uscita del singolo Heavy.

In questo nuovo capitolo discografico, la band dublinese – trainata dalla carismatica cantante Karla Chubb, assieme al chitarrista Colm O’Reilly, al batterista Jack Callan e al bassista Sam McCann – si affida a un wall of sound derivativo e smaccatamente energico e ansiogeno, miscelando e alternando l’adrenalinico e grezzo smarmellamento del garage punk, l’ormai inevitabile dazio alla spigolosa, sguaiata e declamatoria formula del post-punk revival (sponda Idles, per capirci), incalzanti ritmiche power-rock oriented in stile Hole e mega chitarroni sgargianti dal taglio hard rock, a cui fanno da contraltare atmosfere di un’oscurità quasi gotica.

Dalle undici tracce di Letter to Self emerge, dunque, un climax emotivo costantemente in tensione, che sotto l’aspetto tematico si divide tra caos e inquietudine, tra smarrimento identitario e soffocanti aspettative, dando la netta sensazione che l’aria nella stanza degli Sprints sia talmente pesante da riuscire a malapena a respirare (“do you ever feel like the room is heavy? Like the air is hot and the air is sweaty”), come un abbondante fumo di brace in grado di oscurare la stanza e raschiare la gola.

Buona la prima, come si suol dire in questi casi. Ora non resta che attendere il secondo album – la vera prova del nove per qualsiasi realtà musicale – con la speranza che la prossima pietanza non abbia il sapore della minestra riscaldata.

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The Vaccines

Pick Up Full Of Pink Carnations

(Thirty Tigers, Goodfellas)

new wave, alt-rock, folk americano, brit pop, garage rock, elettro-rock, dream folk

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Rivolgersi alle confortevoli onde di risacca del passato per mitigare le correnti tempestose del presente: è davvero questo l’antidoto alle dinamiche patologiche dei nostri tempi? Nel dubbio, con il nuovo album intitolato Pick Up Full Of Pink Carnations, i londinesi The Vaccines ripresentano quel sound malinconico e frizzante che negli anni ha contraddistinto il loro trademark compositivo, attraverso un mix pirotecnico di wave inglese e americana, scomodando realtà quali New Order, The Smiths, Psychedelic Furs, Bruce Springsteen, Tom Petty, Pulp, The War On Drugs, The Strokes e White Lies.

È una povera memoria quella che guarda solo al passato, direbbe la Regina di Cuori, e le occasioni che la vita ti offre diventano sempre meno. Ed è così che si alimenta il rimpianto: osservando dallo specchietto retrovisore i ricordi e di lato la vita che sfugge, ma costretti comunque ad andare avanti (“when you’re growing the road never ends”). In fondo, cos’altro vuoi inventarti oggigiorno? Ormai è tutto un revival, un sequel, un prequel, uno spin-off, un remake.

Così, in quello che è il loro sesto lavoro in studio, i The Vaccines scelgono, dunque, di non rischiare, di rimanere aggrappati alla propria comfort zone, ripartendo da ciò che sanno fare meglio, ovvero amalgamare atmosfere anacronistiche e nostalgici refrain. Una strategia di “cortomuso” che dopotutto funziona ancora, sebbene alla lunga possa risultare stucchevole e controproducente. Ammesso che non sia già troppo tardi. Come dicevano i Teenage Fanclub: “Il passato può essere una terra sconosciuta, oppure un lunghissimo flashback”.

 

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