Petrigno: recensione de La Lingua Del Santo

La Lingua Del Santo è l'esordio discografico del cantautore palermitano Petrigno: un album dal mood malinconico e irrequieto che risponde al richiamo ferale del blues.

Petrigno

La Lingua Del Santo

(Vina Records)

garage blues, soul, fuzz blues, gospel, delta blues, cantautorato italiano

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Riuscendo a combinare forme espressive come musica e disegno, già forte di esperienze pregresse in realtà underground come Avanscoperta Russa e Cosmosaics, il cantautore, polistrumentista e illustratore Marco Petrigno, in arte semplicemente Petrigno, dà spazio al suo mondo interiore attraverso l’album d’esordio solista intitolato La Lingua Del Santo, edito per Vina Records e prodotto dal sound engineer Valerio Mina.

La Lingua Del Santo è un viaggio alla scoperta dei suoni e dei colori dell’anima, un lavoro di autoanalisi, l’elaborazione di un lutto che lo ha indotto a lasciare la sua Palermo e trasferirsi nella solitudine di una casa immersa nelle colline laziali di Tolfa, cercando in quel cambiamento una via di fuga dal dolore. Possiamo fuggire da un luogo fisico, dalla realtà, almeno per un po’, ma non da noi stessi, come cantava il compianto Adrian Borland. E forse è proprio in noi stessi, anche grazie all’aiuto del tempo, che possiamo trovare la risposta a certi interrogativi.

Come asseriva il sociologo e filosofo tedesco Georg Simmel, “in nessun luogo ci si sente così soli e smarriti come nella folla metropolitana”, mentre per Schopenhauer la solitudine non era affatto una condizione da evitare, bensì una necessità di libertà essenziale per lo sviluppo personale e l’accettazione di ciò che non possiamo cambiare.

Ispirandosi alla vera storia del furto della lingua di Sant’Antonio da Padova (che poi è anche il titolo di un film di Carlo Mazzacurati), folgorato anni fa sulla via di Damasco dopo aver ascoltato BB King, Petrigno prova a scavare nei substrati e negli eccessi di un malessere generale, con l’intento di sanare il logorio di quelle ferite che lui stesso definisce “apocalisse emotiva”, andando a setacciare qualche indizio di speranza nella metafora filo-dantesca di quel bosco visto come soglia di confine tra rurale e ancestrale, tra sogno e incubo.

Così, sentendo il sincero bisogno di condividere le proprie emozioni, come fossero spazi vuoti da riempire con l’inchiostro di china dei ricordi, Petrigno riversa il suo vissuto all’interno di otto tracce dal mood malinconico, irrequieto e processionale, per mezzo di una cifra stilistica che risponde al richiamo ferale del blues; linguaggio che per sua natura evoca misteriosi paesaggi interiori e dona sollievo nelle preoccupazioni più oscure.

Difatti, sotto l’aspetto strumentale, attingendo da certi classici del cantautorato italiano e immergendosi totalmente nelle muddy waters del Mississippi, La Lingua Del Santo si mostra in tutta la sua melodica e dolorosa introspezione, dove delicate e sofferenti armonie vocali oscillano al vento di sentimenti contrastanti, tra amore e disperazione, rabbia e dolcezza, tragedia e redenzione.

Se nella prima parte bollenti elettrificazioni fuzz-garage-blues dai suoni torvi e terrosi si mescolano a bending sanguigni e ad un corposo percussionismo stomp-tribale talmente potente da far tuonare ritmiche fragorose e serrate (Il Mare, Nella Folla), nella seconda ogni cosa sembra assumere tonalità più intime, deviando su dilatazioni psichedeliche (Il Bosco, Ho Perso) e ballad da pianoforte in modalità spiritual gospel e country-soul, fino a sprofondare in momenti di sospensione riflessiva e crepuscolare (Fermati, Tu Lo Sai), sulla scia di quella tormentata fragilità che fu dei vari Endrigo e Tenco.

Nel contrasto tra i fantasmi del passato e le incognite del futuro, fermandosi ad ascoltare la risacca del mare nel silenzio e nell’oscurità della notte, Petrigno punta dunque a conservare e trasformare quello struggimento che immaginiamo incastonato nel petto in forma d’arte, ma soprattutto in nuova esperienza per conoscere se stessi.

 

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