Fluxus: Non Si Sa Dove Mettersi

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Fluxus

Non Si Sa Dove Mettersi

(Cd e Vinile, Autoproduzione)

hardcore punk noise

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Fluxus: Non Si Sa Dove Mettersi“C’è stata una lunga pausa ma non abbiamo mai comunicato alcun scioglimento.” Così mi raccontò Franz Goria quando lo intervistai due estati fa, rivelandomi che i Fluxus stavano lavorando alle nuove tracce che oggi compongono Non Si Sa Dove Mettersi, quinto poderoso album della band torinese, anticipato mesi fa dal singolo Ma Ero Già Indietro, pezzo veloce e sonico che già presagiva stilettate liriche del calibro di “Io non rinuncio a niente, sono le cose che rinunciano a me”.

Il titolo del nuovo album deriva da una citazione degli Stormy Six, band milanese di controinformazione attiva tra il 1965 e il 1983, e sottolinea l’attuale momento storico privo di identità, di appartenenza, dove tutti fanno tutto, dove sembra non esserci alcun confine che delimita ruolo, spazio, pensiero e ragione. “È come se ti fossi alzato un attimo e ti avessero preso il posto in cui stavi prima, un po’ come il gioco delle sedie”, rivelano andando subito al sodo.

I Fluxus in Nei Secoli Fedeli sono i conduttori di un telegiornale apocalittico che racconta di un’umanità fredda, distaccata, insensibile, che come un cane attende la carezza del padrone o come cervi immobili resta inerme di fronte ai fanali di un auto che li sta per travolgere, mentre “file di preti di una nuova religione venerano un dio che distrugge la ragione”. Non c’è respiro, una dopo l’altra vengono sparate scudisciate hardcore-punk-noise con Licenziami dal Mondo o Prescrivimi Qualcosa, canzoni dai power chord distorti belli carichi sul cantato di Franz che svela quanto male ci trasciniamo dietro, anche se rifiutiamo di ammetterlo, sopraffatti da questa società nichlista.

Ascolti gli undici brani di questo disco e hai la dolorosa conferma che il mondo non è cambiato durante i 16 anni di assenza dei Fluxus, ti arrivano addosso strigliate corpose che ti pestano per bene, lasciandoti steso al tappeto. Solo che in genere rimani giù, incapace di reagire. Invece i dischi dei Fluxus sono come certe botte di un padre che ti legna la lezione da imparare. E  finisci anni dopo per essergli riconoscente di quelle mazzate, perché te le meritavi, ne avevi bisogno per raddrizzarti.

Una band seminale che ha avuto l’onore di essere omaggiata in una raccolta di loro brani, “Tutto da Rifare”, rieseguiti da gruppi alternativi emergenti come Majakovich, Avvolte, Titor, Miriam Mellerin. Segno inconfutabile che sono ancora oggi una band che continua ad influenzare i giovani musicisti.

Loro però non vogliono fare i Maestri di vita o i Guru, quel ruolo lo lasciano ad altri come spiegano nella bomba-capolavoro di questo album, Gli Schiavi Felici, brano in due tempi, il primo dominato da potenti ritmiche spezzate su strofe dedicate a diverse categorie di ipocriti, il secondo tirato a nastro da un muro del suono travolgente e da una serie di giuramenti che non sappiamo dove siano finiti: “Mi avevano promesso la giustizia, mi avevano promesso i soldi, mi avevano promesso la felicità. Dovevo solo stare buono. Dovevo solo stare attento. Dovevo ringraziare, dovevo amare il mio padrone, dovevo venerare il mio dio”. Brano annichilente, ragazzi, annichilente.

Se nei precedenti album c’è stata un’evoluzione che ha portato a smussature sonore docili e sperimentazioni pregevoli, in Non Si Sa Dove Mettersi c’è spazio solo per un sound tetro, durissimo, secco, nerboruto, eccetto La Decima Vittima, dove le chitarre sembrano sottomettersi per dare fiato a metà album. Le invettive dei Fluxus sono dirette e accusatorie come non mai, del resto Franz Goria, Luca Pastore, Fabio Lombardo e Roberto Rabellino non sono stati teneri nemmeno in passato e il disco tira schiaffoni in cui rimane il segno della cinquina sulla guancia.

Nell’intervista che avevo fatto per la mia stesura de “Il Rock è Morto?” Franz ha confidato che i Fluxus sono sempre rimasti lontani dalle logiche commerciali e anche in questo album hanno suonato senza cercare di accontentare nuove masse, nemmeno i followers della prima ora. Tra l’altro il disco è stato autoprodotto in presa diretta e pubblicato attraverso il crowdfunding tramite Musicraiser, promosso da Fleisch Agency della bravissima Nora Bentivoglio.

Vero, questo sguardo sulla società contemporanea lascia esterrefatti e disarmati come in Mi Sveglio e Sono Stanco, e il nuovo album della band torinese non è ritagliato a chi fa le corse per i praticelli in mezzo alle farfalle. Siamo Alieni per la Strada, con il desiderio di fuggire da questa prigione e andarsene lontani, urlando “Riaprite le porte, lasciateci andare, dateci tutto indietro che indietro non vogliamo tornare”. Grazie per essere tornati, invece.

 

 

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