Van Morrison: recensione di Remembering Now

In questo nuovo capitolo autorale, Van Morrison condivide dunque la necessità di ripercorrere certe tappe della vita, ripartendo dalla sua Belfast, là dove è cominciato tutto e dove ancora quel tutto resiste.

Van Morrison

Remembering Now

(Exile Production Ltd)

boogie-soul, jazz, gospel, rock blues, folk, reggae, R&B


A distanza di un anno dalla pubblicazione di New Arrangements And Duets, raccolta che include brani inediti riarrangiati e una serie di duetti con altri artisti, Van Morrison torna con il nuovo album Remembering Now, edito per Exile Production Ltd e anticipato dall’uscita del singolo Down To Joy.

Affiancato dai fidati Richard Dunn all’organo Hammond, Stuart McIlroy al pianoforte, Pete Hurley al basso e Colin Griffin alla batteria e percussioni, Van Morrison continua ad assecondare la sua idea di musica, fedele a quel linguaggio evocativo fatto di immagini e sensazioni, lontano da certe logiche del business discografico. A quasi ottant’anni (che poi, come si suol dire, l’importante è sentirsi giovani dentro…), con quel filo di incanto che da sempre lo contraddistingue, Van Morrison non smette mai di stupirsi, e la sua musica non smette mai di stupire.

Remembering Now segna un ritorno alle origini, dove memoria e presente si intrecciano, mettendo in evidenza il tema della nostalgia personale. Van Morrison ci riporta a Hynford Street, nei luoghi che hanno caratterizzato la sua gioventù, non tanto per crogiolarsi sull’onda dei ricordi, ma piuttosto per riscoprire che quell’energia primordiale scorre ancora, rimarcando, una volta di più, il legame profondo che ha con la sua terra: Belfast.

Se il passato viene spesso percepito come una presenza invadente da cui, comunque, non si esce indenni (“I tried to walk away, but the past keeps pulling me in”), ciò che affiora da Remembering Now è sia nostalgia che gratitudine per il percorso intrapreso (Long Road Back), con quel tono disilluso ma partecipe di abitare il tempo e le fragilità dell’essere umano, attraverso una spiritualità che si alimenta di istinto e intuizioni (“Don’t need a reason, just follow the sound”).

Le quattordici nuove tracce della release (che includono Cutting Corners e Down To Joy, singoli presenti nella soundtrack di Belfast, film di Kenneth Branagh, e If It Wasn’t For Ray, omaggio a Ray Charles) spaziano con maestria tra i generi che hanno plasmato il suo inconfondibile stile skiffle, in un susseguirsi di tessiture languide, romantiche, sofisticate, effervescenti, oniriche e luccicanti come riflessi di balayage.

La linea vocale segue più la sensazione che la metrica, e il suo timbro resta quello che conosciamo: profondo, caldo, grintoso, rassicurante e avvolgente. Il suo marchio sonoro, raccolto in quella vibrante, vellutata, intensa e briosa combinazione di folk pastorale, fervore gospel, dilatazioni soul e reggae, blues strascicato (Once In A Lifetime Feelings), jazz swingato e astrazioni melodiche, a cui si aggiunge l’enfasi degli arrangiamenti d’archi (Stomping Ground), continua ad accompagnarci dolcemente attraverso un viaggio ricco di magiche suggestioni e riflessioni esistenziali.

In Haven’t Lost My Sense Of Wonder, che fa eco alla titletrack del suo album Sense Of Wonder del 1985, il cantautore nordirlandese – con quella delicatezza un po’ malinconica e un po’ gioiosa che lo fa sembrare un folksinger brasiliano prestato alla tradizione della musica celtica – si impegna a restituire una vera e propria esperienza interiore. E lo fa a modo suo, lasciando che siano le pause, i giri armonici e la voce consunta a raccontare ciò che le parole non riescono a descrivere.

Canta “Haven’t lost my sense of wonder, even though things don’t seem to be working out”, come invito a cercare, o ritrovare, il bisogno di meravigliarsi: nei piccoli gesti, negli sguardi quotidiani, anche quando le cose non vanno come dovrebbero (“I don’t mind being alone as long as I’m still searching” – Non mi dispiace stare da solo, finché sto ancora cercando).

In questo nuovo capitolo autorale, Van Morrison condivide dunque la necessità di ripercorrere certe tappe della vita, ripartendo dalla sua Belfast, là dove è cominciato tutto e dove ancora quel tutto resiste. Senza mai forzare mai la mano, prendendosi i suoi tempi, come a chiedere di rallentare, di seguire il proprio ritmo interiore, per osservare meglio ciò che siamo, e abbiamo, nel qui e ora.

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