The Tubs: recensione di Hard Life

Con il nuovo album Hard Life, i gallesi The Tubs raccontano le difficoltà della quotidianità ordinaria attraverso il fermento muscolare del power-pop americano e la luminosità umbratile del jangle-pop anglosassone.

The Tubs

Hard Life

(Merge)

power rock, jangle-pop, northern soul, folk irish, pop punk, college rock

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Sulla scia stilistica avviata con gli album Dead Meat e Cotton Crown, i gallesi The Tubs, capitanati dall’autore, cantante e chitarrista Owen Williams e legati alla scena indie-rock di Cardiff e Londra, tornano con il loro terzo lavoro in studio, Hard Life.

Il disco si sviluppa attraverso un intreccio di melodie, ritmi e atmosfere trascinanti, energiche e scintillanti, che a tratti si tingono di malinconia. I testi taglienti di Owen Williams, declinati sotto forma di monologhi interiori, si muovono tra ironia e autoironia, introspezione cruda, senso di colpa, ansia relazionale, squallore quotidiano, rimpianto, dolore, fallimento, autocommiserazione e sopravvivenza. A fare da contraltare a questa dimensione intimamente tormentata sono i ganci melodici pop e le tessiture ritmiche dalla solarità apparente, che stemperano la tensione elettrificata della sfera interiore.

Da qui scaturisce un impasto che amplifica il lato agrodolce del jangle-pop (Hard Life, If You Don’t Love Me, Do Yourself A Favor), la spinta distorta del power rock più viscerale (Who’s Gonna Love You Now?, Heaven Or London), l’alternative anni ’90, il punk melodico e il college rock (Hell), con sfumature di northern soul (The Way It Goes), fanfare e sviolinate folk irish (Stoop To Me), fino ai momenti di fingerpicking acustico dai colori chiaroscurali di Didn’t I Say?.

Un compendio di sonorità che mette in corrispondenza mondi nati su sponde opposte dell’Oceano Atlantico: da una parte il fermento muscolare dell’indie-rock e del power-pop americano, che rimanda agli Hüsker Dü di Heaven Or London e agli Sugar di Copper Blue in Who’s Gonna Love You Now?, dall’altra i frizzanti intrecci di un jangle-pop anglosassone dal mood umbratile.

Il tutto passa attraverso influenze esplicite, come Bob Mould, e suggestioni più sotterranee riconducibili a Johnny Marr e R.E.M., Elvis Costello e Counting Crows, Prefab Sprout, The Jam e Paul Westerberg. Ne scaturisce un ventaglio sonoro che si arricchisce di introspezione e nuove possibilità, pur mantenendo una marcata accessibilità radiofonica.

Con Owen Williams ci sono Dan Lucas alla chitarra, Taylor Stewart alla batteria e Max Warren al basso, affiancati da collaboratori abituali come Lan McArdle alla voce, Rachel Kenedy alle tastiere e Chris Haigh al violino.

La direzione, dunque, non si discosta molto da quello che è il trademark compositivo della band, con le chitarre sempre al centro del progetto: power-pop sfrangiato dai ritmi pulsanti e sferzanti, jangle-pop dalle armonie brillanti e ballad mid-tempo avvolgenti convivono in un equilibrio dinamico, mentre la voce di Owen Williams – con quel mix caldo di vibrato nasale e timbro tanto fragile e sofferto quanto suadente e coinvolgente – è il collante epidermico dell’intera release.

Sotto l’aspetto tematico, i testi risentono delle esperienze personali di Williams, alle prese con le difficoltà della quotidianità ordinaria, con l’incertezza dei cambiamenti (“nessuno ha detto che sarebbe stato facile, ma nessuno ha detto che sarebbe stato difficile”), l’amarezza di dover accettare il tempo che passa e la tendenza, sempre più diffusa, a ignorare le sconfitte della vita, finendo per dipingere tutti gli altri come i cattivi.

Senz’ombra di dubbio, Hard Life trasmette una forte sensazione di urgenza e liberazione dalle situazioni tossiche della realtà di provincia: una valvola di sfogo necessaria per elaborare l’assurdo e il grottesco della vita, in cui la salute mentale viene messa a dura prova dalle difficoltà economiche, dagli amori non corrisposti, dalle ansie relazionali e sentimentali (“non voglio guarire e crescere se non mi ami”), dal dolore per una perdita familiare e dal rimpianto per i sogni sfumati.

Un percorso segnato dalla rassegnazione e da comportamenti autodistruttivi, ma anche dalla possibilità di trovare, nonostante tutto, una piccola forma di conforto da qualche parte, senza bisogno di ricorrere ad alcuna retorica consolatoria.

I The Tubs raccontano, secondo la propria sensibilità e guardando semplicemente il proprio riflesso allo specchio al mattino, il male di vivere nelle difficoltà di ogni giorno, di chi rimane ai margini del racconto pubblico e la paura di invecchiare male, soprattutto quando si continua a inseguire il passato. È una vita dura, e lo sappiamo tutti. Ma, in fondo, è così che vanno le cose e andranno come devono andare.

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