Johnny Marr: recensione di The Age Of Everything

Con The Age Of Everything, Johnny Marr riflette sull'epoca in cui viviamo, quella del "tutto e subito", attraverso la sua inconfondibile firma stilistica, in cui riff scintillanti e arpeggi cristallini rievocano il jangle-pop sfrangiato dei vecchi tempi.

Johnny Marr

The Age Of Everything

(BMG)

jangly-rock, jangle-pop, new wave, dream pop, darkwave, brit rock

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A distanza di quattro anni dal precedente Fever Dreams Pts 1-4 e in seguito a una lunga serie di collaborazioni eccellenti (Gorillaz, Franz Ferdinand, Noel Gallagher’s Flying Birds e Kae Tempest), lo storico chitarrista degli Smiths Johnny Marr torna in scena con The Age Of Everything, quinta tappa di un percorso solista che lo stesso Marr descrive come il frutto della scrittura più catartica della sua carriera.

Concepito a Londra, perfezionato durante il tour sulla East Coast nordamericana e infine registrato a Manchester, The Age Of Everything si è sviluppato come un vero e proprio laboratorio dal vivo, permettendo a queste nuove dieci canzoni di crescere davanti al pubblico e di acquisire energia e freschezza espressiva.

Un processo che dimostra, per l’ennesima volta, qualora ce ne fosse ancora bisogno, una caratura autorale e un’inesauribile creatività da parte del musicista britannico, qualità mai messe in discussione, a differenza di quanto accade invece sul versante dell’altro ex Smiths, ormai antagonista, Morrissey.

Così, con l’inconfondibile firma stilistica che da sempre contraddistingue il suo repertorio, e quell’impronta sgargiante, argentea, eterea, malinconica e notturna e quell’intenso dinamismo sonoro che scaturisce dalla sua Fender Jaguar, Marr combina riff scintillanti e svolazzanti arpeggi cristallini, rielaborando il classico jangle-pop sfrangiato dei vecchi tempi.

Da qui prosegue attraverso ballad new romantic dal tocco umbratile-britannico (In And Out Of Love, Just Once More), tra la solarità dei fraseggi melodici, vibranti trame agrodolci, l’ampio respiro di refrain orecchiabili, ritmiche pulsanti e ballabili (It’s Time, Fire With Fire) e quella citazione beatlesiana sponda Harrison – vedi My Guitar Gently Weeps – nell’intro di chitarra del brano d’apertura Spin.

Non mancano atmosfere ombrose e metalliche dal groove darkwave e dai riflessi arabo-andalusi (Beyond The Rain), né incursioni funk alla Duran Duran in Ophelia, dove intimismo autobiografico e letteratura shakespeariana si intrecciano, mettendo in luce quella forza interiore necessaria ad affrontare le difficoltà.

Chiudono il cerchio le sfumature sintetiche del pop noir di All In Al Life, che rimandano agli anni ’80 e al periodo clubbing degli Electronic insieme a Bernard Sumner dei New Order.

Sotto l’aspetto tematico, Marr esplora in maniera profonda e con rinnovata consapevolezza situazioni legate alla propria percezione dell’epoca in cui viviamo, quella del “tutto e subito”, attraverso uno stato d’animo nel quale chiunque può riconoscersi.

I testi indugiano sulle nuove derive delle connessioni umane: il sovraccarico informatico e tecnologico dei nostri giorni, la sensazione di vulnerabilità che subentra con l’età adulta, l’inutilità di salvare “un amore che non ti appartiene” (In And Out Of Love) e l’incomunicabilità all’interno di una relazione.

Eppure, nonostante il mood frenetico della modernità alimenti sempre più indifferenza e incertezza, affiora comunque – per quanto possa apparire retorico – il bisogno di ritrovare del tempo per se stessi, di recuperare quell’emotività e quello slancio politico necessari a reagire, per non farsi travolgere dal cinismo (It’s Time) e dal flusso omologante e accelerato dell’oggi.

“Questo è il disco che è stato più catartico per me”, racconta Marr. “Il titolo mi è venuto in mente molto presto nel processo ed è diventato un’idea impossibile da ignorare. Mi sembrava riassumere il modo in cui penso che molte persone si sentano. È qualcosa che comprende tutto, ma non è necessariamente un’affermazione negativa. Nella cultura c’è una sensazione di sopraffazione provocata dalla tecnologia, ma, guardandola da un’altra prospettiva, può esserci anche un senso di possibilità”.

Al centro di tale processo creativo, tra il dolce ricatto della nostalgia e la necessità di andare avanti, c’è quella che Marr definisce una riflessione sui cambiamenti e sul modo in cui guardiamo e interpretiamo ciò che ci circonda.

The Age Of Everything nasce dunque da questa esigenza catartica, quella di smettere di girare a vuoto e di adagiarsi sull’idea che è così che vanno le cose oggigiorno, per fermarsi invece a osservare il presente, confrontarsi con le sue contraddizioni e trasformarle in nuove opportunità. C’è un tempo per tutto e a ognuno la sua stagione, canta Johnny Marr in Beyond The Rain, mentre siamo tutti intrappolati in questo sogno chiamato vita.

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