The Hornets
Lonely At The Bottom
(El Royale Record)
rock’n’roll, mod, jangly-rock, power-pop, rhythm’n’blues, garage beat, brit-pop, country folk
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Se avete una polmonite da rock’n’roll e avete bisogno di un’iniezione di rhythm’n’blues, come diceva il caro Chuck Berry in Roll Over Beethoven, il nuovo album dei The Hornets è la cura giusta per voi.
Direttamente da West Drayton, nel quadrante occidentale di Londra, arrivano i The Hornets con il nuovo disco Lonely At The Bottom, pubblicato dall’etichetta indipendente El Royale Record e anticipato dai singoli Behind Closed Doors e Caroline.
Attivi dal 2017 e forti di esibizioni in locali prestigiosi come l’Ealing Club e l’Eel Pie, i The Hornets – quartetto inglese composto da Bailey Penny alla chitarra solista e voce, Andrew Pearce al basso e voce, Ben Finan alla voce e Mark Freeman alla batteria – tornano in scena con tredici brani all’insegna di un accattivante mix di ritmi e melodie dal sapore vintage.
L’album cattura per il suo concentrato di suoni orecchiabili e accordi secchi e graffianti, in cui si avvertono gli echi dei primi Rolling Stones, degli Who e dei Kinks, ma anche influenze dei Beatles della prima metà degli anni Sessanta; ne è un esempio Release Me, il cui riff adrenalinico richiama I Saw Her Standing There dei Fab Four.
Lonely At The Bottom è un viaggio a ritroso nel tempo che non si limita a recuperare il suono di un’epoca, quella che va dagli anni ’50 agli anni ’60, ma ne rinnova lo spirito attraverso una miscela vibrante, intensa e frizzante di rhythm’n’blues esuberante e rock’n’roll viscerale.
Il tutto si fonde con la carica sferzante delle chitarre scattose e affilate del garage rock anni ’60, il palpitante shakin’ beat alla Twist And Shout in Last Dance, le sfumature agrodolci del brit-pop e la solarità sgargiante del jangle-pop.
A dare ulteriore energia contribuiscono i bassi pulsanti e incalzanti (Caroline, I Don’t Like It), gli intrecci vocali che flirtano con il soul e il mod revival, le ballate ritmiche dal groove lazy boogie e assoli altamente infiammabili come quello di Comin’ To Get You, su cui soffia il vento del demone blues.
Con Lonely At The Bottom, i The Hornets, nonostante la giovane età, riportano in circolo uno sfavillante calore analogico che potrebbe sembrare cristallizzato in un passato lontano o, magari, frutto di una semplice operazione nostalgia. In realtà, rispolverano dalla loro cassetta degli attrezzi le atmosfere fumose dei club seminterrati, con l’intento di sfuggire all’omologazione digitale del presente.
Ne emerge un sound in cui i refrain travolgenti si contrappongono a strofe più malinconiche, quasi a voler ritrovare in quell’immaginario musicale, in quel linguaggio apparentemente consumato, una spinta emotiva per raccontare una percezione ribaltata della solitudine: non più in cima, ma in fondo. È il paradosso della folla solitaria nella società iperconnessa di oggi, narrato attraverso storie di vita notturna, incontri nei locali e dinamiche relazionali in precario equilibrio tra l’apparenza pubblica e ciò che accade in privato.
L’estetica scanzonata e disincantata che caratterizza Lonely At The Bottom si traduce, dunque, in un groove dinamico e coinvolgente, che rivela la raggiunta maturità dei The Hornets e la loro notevole brillantezza esecutiva.
In un panorama come quello attuale in cui le operazioni revival sono sempre più frequenti nel mercato discografico, i The Hornets dimostrano che è possibile trasformare la solitudine e la disillusione evocate dal titolo in un’esplosione di rhythm’n’blues, chitarre graffianti e melodie sixties. E se il rock’n’roll non può essere una risposta alle ansie del presente né una soluzione ai nostri problemi, può comunque rappresentare un modo per ballarci sopra.
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