Seefeel
Sol.Hz
(Warp Records)
elettronica, ambient, idm, shoegaze, dub
Ci sono ritorni discografici che sembrano riavvolgere il nastro del tempo, e altri che invece lo distorcono fino a renderlo irriconoscibile. Sol.Hz, nuovo lavoro dei Seefeel pubblicato da Warp Records, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Si tratta del primo lavoro sulla lunga distanza del duo londinese dopo l’omonimo Seefeel del 2011, preceduto soltanto dai mini-album Squared Roots ed Everything Squared del 2024. Per chi seguiva la band sin dall’epoca di Quique e Succour, l’attesa è stata di quindici anni esatti.
Vale la pena ricordare che i Seefeel sono entrati nella storia come prima formazione con chitarre mai messa sotto contratto da Warp, etichetta storicamente vocata all’elettronica più pura. Una scelta che nei primi anni novanta ha contribuito a riscrivere le coordinate della musica britannica, mettendo in dialogo la nebulosa lisergica dei Cocteau Twins e l’ipnotismo abrasivo dei My Bloody Valentine con la grammatica techno di Aphex Twin e Autechre.
La parabola di Mark Clifford e Sarah Peacock affonda le radici in un crocevia di ascolti. Clifford si avvicinò alla composizione spinto dall’amore per i Cocteau Twins, mentre Peacock — secondo una celebre inserzione pubblicata sulla rivista NME — cercava musicisti ispirati ai My Bloody Valentine e ai Sonic Youth. A questo nucleo iniziale si aggiunsero il bassista Daren Seymour, di estrazione krautrock, e il batterista Justin Fletcher, appassionato di blues. Nelle successive reincarnazioni della formazione hanno militato anche Iida Kazuhisa (alias E-Da, ex Boredoms) e Shigeru Ishihara (alias DJ Scotch Egg).
I rimandi ascoltabili nella loro produzione attraversano tre decenni: l’ambient di Brian Eno, il dub giamaicano filtrato dalle camere d’eco, il minimalismo techno della Basic Channel berlinese, le geometrie post-rock teorizzate dal critico Simon Reynolds nel 1994 sulle pagine di The Wire. Non a caso Aphex Twin remixò due volte il loro brano Time To Find Me, e gli Autechre si misurarono con Spangle; oggi gruppi come Maria Somerville e Yu Su citano apertamente i Seefeel come riferimento, mentre la loro influenza è rintracciabile anche nelle traiettorie di Ulrich Schnauss, Jon Hopkins e M83.
Pubblicato in vinile trasparente, CD in digipack a quattro pannelli e formato digitale ad alta risoluzione (24 bit / 44,1 kHz), Sol.Hz si compone di nove tracce per una durata complessiva di quarantadue minuti e un secondo. La produzione, il missaggio e gran parte della scrittura sono opera di Mark Clifford, mentre Sarah Peacock firma i testi e canta in tre brani: Ever No Way, Humidity Switch e Falling First. La parte tecnica di registrazione è curata da Julian Tardo, mentre la masterizzazione è affidata alle mani esperte di Geoff Pesche, storico tecnico degli Abbey Road Studios. Le sessioni sono state realizzate al Polyfusia, con incisioni aggiuntive al Church Road Studio di Brighton. La copertina, sobria e geometrica come da tradizione Seefeel, porta la firma di Ian Anderson per The Designers Republic.
Il titolo Sol.Hz rimanda letteralmente alla somma di sole ed elettricità (Sol più Hertz, l’unità di misura della frequenza), ma l’interpretazione resta volutamente ambigua, come tante delle opzioni semantiche care alla band.
L’apertura affidata a Brazen Haze sancisce subito la rotta: una foschia dub-ambientale in cui la chitarra è ridotta a feedback armonico residuale e la percussione, quando emerge, suona come un oggetto trovato per caso, percosso senza enfasi. Segue Everydays, dove i bordoni sintetici si intrecciano con le manipolazioni vocali di Peacock fino a generare un campo sonoro più sentito che ascoltato. Ever No Way, scelto come singolo apripista e accompagnato da un video promozionale, è probabilmente il punto di equilibrio più felice dell’album: melodia frammentata, basso cavernoso, riverberi che destrutturano la percezione del tempo.
Con Humidity Switch il duo riprende l’estetica già intuibile nei mini-album del 2024, calibrando il dialogo fra spazi solidi e spazi rarefatti. Behind The Seen, gioco di parole intraducibile fra il visto e il vissuto, è una delle gemme più nascoste del disco: un mantra processato in cui le metriche irregolari decostruiscono ogni tentazione di ritmica convenzionale.
Il cuore lungo dell’album è rappresentato dai due brani più estesi, AM Flares (sei minuti e quarantacinque secondi) e Falling First (sei minuti e quarantatré secondi). Qui Clifford lascia che l’architettura si dilati con rigore: pulsazioni minime, bassi tellurici da impianto adeguato, scintillii di chitarra trattata che attraversano il mix come bagliori di luce filtrata. Si percepisce chiaramente la lezione di Selected Ambient Works Volume II di Aphex Twin, ma il risultato è meno glaciale, più umano, perché la voce eterea di Peacock continua a suggerire una presenza fisica.
Until Now funziona come momento riepilogativo e di sospensione, prima che Scrambler — soltanto due minuti e nove secondi — chiuda l’album quasi a sorpresa, restituendo la sensazione di un sogno interrotto.
Definire Sol.Hz come l’album più dub dei Seefeel non è una semplificazione giornalistica, ma una chiave di lettura coerente con l’impianto produttivo. Ascoltato a basso volume, il disco si comporta come un lavoro ambientale, quasi domestico; rilanciato su un impianto serio, mostra invece il suo telaio profondo, fatto di linee di basso che lavorano sotto la soglia di percezione e di effetti che spostano gli oggetti sonori da un canale all’altro con la mobilità di una mente che vaga. È esattamente la dialettica fra solido ed evanescente, fra materia e aria, che attraversa tutta la storia della band.
Stilisticamente, Sol.Hz prosegue il percorso di rarefazione iniziato con il disco del 2011 e affinato con i lavori brevi del 2024. Le tracce sono mediamente più contenute, intorno ai quattro minuti, come se il duo avesse scelto di concentrare al massimo le proprie ossessioni timbriche, lavorando per sottrazione. Le percussioni sono volutamente fragili, talvolta improvvisate, sempre sottratte alla logica del beat ortodosso. Le chitarre, vera firma originaria del gruppo, sono ormai quasi un’eco lontana, dissolte nei riverberi e nei delay fino a diventare residuo, traccia, ricordo.
Per il pubblico italiano che ha scoperto i Seefeel attraverso Quique (1993) o ne ha seguito la traiettoria attraverso Succour (1995) e (Ch-Vox) (1996), Sol.Hz è insieme un ritrovamento e una sorpresa. Non è un album che cerca compromessi con i tempi del consumo veloce: pretende cuffie di buona qualità, attenzione, possibilmente una stanza in penombra. Ma chi accetta il patto, riceve in cambio un’esperienza percettiva rara, dove le coordinate spazio-temporali si fanno fluide e ogni traccia funziona come un piccolo paesaggio interiore.
In un’epoca dominata dall’iperproduzione e dalla pretesa della chiarezza immediata, Mark Clifford e Sarah Peacock continuano a lavorare al rovescio, levigando, sottraendo, sfumando. Ed è proprio in questa lentezza, in questa cura quasi artigianale del dettaglio, che Sol.Hz trova la propria ragione di esistere: un album che non ha fretta di farsi capire, e che proprio per questo resterà.
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