Richard Barbieri: recensione di Hauntings

Richard Barbieri torna con Hauntings: undici brani strumentali tra atmosfere vittoriane, elettronica e nostalgia per tempi mai vissuti. Il nuovo album del tastierista dei Japan e Porcupine Tree.

Richard Barbieri

Hauntings

(Kscope)

soundscapes, experimental, elettronica


C’è una parola inglese che apre questo disco come una porta cigolante nel buio: anemoia, ovvero la nostalgia per un tempo che non si è mai vissuto. Non è un titolo a caso. Richard Barbieri ha costruito Hauntings attorno a questa sensazione precisa, quel disagio dolce e irrisolvibile che si prova davanti a una fotografia di qualcuno che non conosci, o davanti a una strada di notte che sembra già vissuta in sogno. L’album è il primo lavoro in studio del tastierista inglese dal 2021, quando Under a Spell aveva già segnato un territorio personale e scarsamente frequentato.

Chi è Richard Barbieri, per chi non lo conoscesse ancora. Negli anni Settanta e Ottanta è stato una delle figure centrali della rivoluzione sintetizzata britannica come membro dei Japan, il gruppo fondato da David Sylvian che con album come Gentlemen Take Polaroids e Tin Drum aveva ridisegnato i confini dell’art-rock e della musica elettronica. Il suo approccio alla tastiera non era tecnicismo virtuosistico ma architettura sonora, costruzione di atmosfere. Un metodo che avrebbe poi portato con sé nei Porcupine Tree di Steven Wilson, contribuendo in modo decisivo a In Absentia (2002), Fear of a Blank Planet (2007) fino al recente Closure/Continuation (2022). Dire che Barbieri abbia influenzato band come The Human League, Duran Duran, Gary Numan e Talk Talk non è propaganda: è il curriculum.

Hauntings non cerca di spiegare niente. È un disco strumentale, e lo è con convinzione. Undici tracce che si muovono tra la Londra vittoriana ammantata di nebbia e la Parigi della Belle Époque filtrata come attraverso una pellicola a grana grossa, con incursioni nel futuro che non consolano affatto. La domanda implicita dell’album, quella che rimane dopo l’ascolto, è sottile: cosa è reale e cosa è simulazione?

L’atmosfera generale richiama Lovecraft più che qualsiasi riferimento musicale ovvio: qualcosa di strisciante, di obliquo, che non si nomina mai del tutto. Snakes and Ladders apre con questa sensazione intatta. Victorian Wraith e 1890 affondano nel paesaggio urbano dell’Ottocento come se le strade buie di Londra fossero ancora percorribili, lampioni a gas e tutto il resto. Paris Sketch sposta la prospettiva geograficamente senza allentare la tensione, mentre Anemoia cristallizza il concetto centrale dell’album nel titolo stesso.

Non è un disco tutto oscuro, però. Traveler e A New Simulation portano una tensione moderna, quasi ansiosa, diversa dal languore decadente delle tracce più storiche. Reveille, Last Post e Perfect Toys completano un percorso che non è una narrazione lineare ma qualcosa di più simile a una serie di stampe, ognuna con la propria prospettiva.

Sul piano strumentale, accanto alle tastiere e all’architettura elettronica di Barbieri, il disco accoglie tre musicisti di peso. Morgan Agren alle percussioni, svedese, già collaboratore di Frank Zappa e Mats/Morgan Band, porta una batteria che non ha nulla di scontato. Percy Jones al basso, fondatore dei Brand X e collaboratore storico di artisti come Brian Eno e Peter Gabriel, è una presenza elastica e discreta. Luca Calabrese alla tromba aggiunge un elemento acustico che strofina in modo interessante contro le superfici elettroniche di Barbieri.

Il risultato è un album coerente nella sua visione, abbastanza raro da apprezzare nel panorama attuale. Barbieri non cerca di aggiornarsi né di rimanere fedele a un’estetica degli anni Ottanta: fa semplicemente la cosa sua, che è costruire spazi sonori dove il tempo non funziona in modo normale.

Hauntings è disponibile in CD (qui) anche in edizione limitata in vinile a 45 rpm (qui) per chi ha un giradischi e una certa idea di come dovrebbe suonarsi la musica; a brevissimo è prevista anche l’uscita di un cofanetto con CCD e Blu-Ray in Dolby Atmos.

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Garofalo Massimo
Garofalo Massimo

Critico cinematografico, sul finire degli anni '90 sono passato a scrivere di musica su mensili di hi-fi, prima di fondare una webzine (defunta) dedicata al post-rock e all'isolazionismo. Ex caporedattore musica e spettacoli di Caltanet.it (parte web di Messaggero, Mattino e Leggo), ex collaboratore di Leggo, il 4 ottobre 2002 ho presentato al cyberspazio RockShock.
Parola d'ordine: curiosità.
Musica preferita: dal vivo, ben suonata e ad altissimo volume (anche un buon lightshow non guasta)

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