Stefano Panunzi
Caravaggio
(SP Music)
art rock, progressive, ambient
Caravaggio dipingeva con la luce rubata all’oscurità. Stefano Panunzi costruisce musica con la stessa logica: temi scomodi al centro, figure umane fuori dall’ombra, nessun abbellimento superfluo. Che il musicista e cantautore romano abbia scelto il nome del pittore maledetto per il suo quinto album solista non è un gesto di arroganza. È una dichiarazione di metodo. Caravaggio è un doppio lavoro di ventiquattro brani che affronta disperazione, amori tormentati, guerra e ricerca interiore con la stessa brutalità selettiva con cui Merisi sceglieva i propri soggetti. Non tutto funziona alla perfezione, ma l’ambizione è reale e i mezzi per sostenerla ci sono.
La prima cosa che colpisce, scorrendo i crediti, è che Panunzi su questo disco suona esclusivamente le tastiere. La voce — la novità più netta rispetto ai lavori precedenti — è affidata a una costellazione di cantanti, ciascuno scelto con precisione chirurgica. Non si tratta di una delega: è una regia. Come Caravaggio non dipingeva se stesso ma attraverso i propri soggetti costruiva un racconto interiore, Panunzi usa le voci altrui come specchi. Il risultato è un album corale nel senso più profondo del termine.
Il CD1 si apre con il brano omonimo, dove Grice presta la voce su un tessuto di chitarre di David Torn e basso di Fabio Trentini. Torn — chitarrista tra i più riconoscibili del rock sperimentale internazionale, già al fianco di David Sylvian e David Bowie — è presente in più momenti del doppio disco e la sua firma timbrica, asciutta e nervosa, è uno degli elementi di coesione sonora più efficaci. I No Longer Know Who You Are è invece una delle rare tracce interamente strumentali del primo disco: Nicola Lori alla chitarra e Fabio Trentini al contrabbasso costruiscono qualcosa di rarefatto che ricorda certe pagine dei Porcupine Tree più cameristici.
Hidden Tides porta Tim Bowness alla voce, e il brano è tra i più riusciti del CD1. Bowness — metà dei No-Man insieme a Steven Wilson — ha una delle voci più adatte a questo tipo di musica: malinconica senza essere lamentosa, presente senza invadere. Il flauto e il sax di Theo Travis completano una texture che deve qualcosa all’ambient britannica degli anni Ottanta senza essere una sua replica. Travis è un altro dei fili conduttori del disco: lo ritroveremo in più tracce, ogni volta calibrato in modo diverso.
On the Forgiveness Road è uno dei brani più duri del CD1, guidato dalle chitarre di Giacomo Anselmi. No More Wars porta invece la voce di Alessandro Borgo Caratti, che ritorna anche in Just Stop and Look Around e come chitarrista in Ink Scars: la sua presenza triplice dà l’idea di un collaboratore centrale nel progetto, non un ospite occasionale. Every Drop of Your Love (Reprise) è uno dei momenti più significativi del primo disco: Jakko M. Jakszyk suona chitarra e canta accanto a Panunzi, Theo Travis e la sezione ritmica. Il legame tra i due è lungo — Panunzi ha co-scritto due brani per l’album Secrets & Lies di Jakszyk — e si sente.
Isolation introduce il sax di Nicola Alesini, musicista romano la cui carriera ha attraversato le orbite di Harold Budd e David Sylvian, e la voce di Peter Goddard su un basso fretless di Fabio Trentini che richiama certi colori del jazz rock europeo. Hymn è invece la traccia più rarefatta del CD1: solo le chitarre di Torn, le tastiere di Panunzi e 05Ric a percussioni e stick bass. Tre minuti scarsi di pura tensione. Il CD1 si chiude con In Those Your Words, duo di violoncello — Donato Cedrone — e tastiere: il gesto più intimo e vulnerabile dell’intero disco.
Il CD2 ha un peso specifico diverso. Si apre con The Well, dove Grice canta su un duduk suonato da Theo Travis: lo strumento a fiato armeno porta un colore arcaico che apre il secondo disco su coordinate inaspettate. Endless e Simple Man affidano la voce a 05Ric, il cui nome ricorre quattro volte nel CD2. Simple Man in particolare — solo voce, chitarra, stick bass, percussioni e armonica di Emanuele Bruno — è una delle composizioni più essenziali dell’intero doppio lavoro.
<pTribal Innocence, Part 2 merita un discorso separato. La traccia vede al basso fretless Mick Karn, storico bassista dei Japan, scomparso nel gennaio 2011. Quella qui presente è dunque una registrazione d’archivio, e la sua inclusione nel disco non è un’operazione nostalgia: è un tributo musicale preciso, con Mike Applebaum alla tromba, Michael Bearpark alla chitarra e Marco Fuliano alla batteria a costruire un contesto sonoro degno del contributo di Karn, che sul fretless aveva un linguaggio del tutto suo, immediatamente riconoscibile.
Hold è il brano più affollato del CD2: Torn, Travis, Colin Edwin al basso, Saro Cosentino alla chitarra, Alessandro Inolti alla batteria e 05Ric alla voce. È anche uno dei più riusciti, con una dinamica che va dal quasi-silenzio alla saturazione con una progressione che non sembra mai calcolata. Lost Inside the Wishing Well riporta Grice e introduce il chapman stick di Cristiano Roversi su una texture di flauto Travis e basso fretless Trentini: otto minuti che non pesano.
Il disco si chiude con Gaza. Titolo secco, senza aggettivi. Chitarre di Giacomo Anselmi, tromba di Luca Calabrese, fretless di Fabio Trentini, batteria di Inolti, tastiere di Panunzi. Nessuna voce. La scelta di chiudere un album sulla guerra interiore con una traccia che porta il nome di una guerra reale non è casuale, ed è forse il gesto più coraggioso di tutto il lavoro.
Caravaggio non è un disco facile né compatto. Ventiquattro brani sono tanti, e non tutti reggono allo stesso livello. Ma la visione è coerente, l’esecuzione è quella di musicisti che sanno cosa stanno facendo, e Panunzi — in questo progetto più che in qualsiasi altro lavoro precedente — si rivela come autore con un punto di vista preciso sul mondo. Non è poco.
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