La Jungle: recensione di An Order Of Things

La Jungle torna con An Order Of Things, settimo album della band belga con due batterie: nove tracce tra krautrock, trance e noise rock.

La Jungle

An Order Of Things

(Hyperjungle Regordings)

math-rock, post-rock, kraut rock, noise rock


Arrivano dal Belgio con dodici anni di concerti addosso, oltre settecento date in giro per l’Europa e una fedeltà al palco che ha trasformato la loro musica in qualcosa di viscerale e tribale. I La Jungle sono nati a Mons nel 2013, si sono costruiti una reputazione di formazione dal vivo devastante, capace di generare una densità sonora che normalmente si associa a organici ben più numerosi.

Con il settimo album in studio, An Order Of Things, fanno un passo che suona tanto come rivoluzione quanto come naturale conseguenza: diventano un trio, aggiungendo Da come secondo batterista, e per la prima volta il loro suono si apre a una dimensione doppia nella sezione ritmica.

Per capire An Order Of Things bisogna partire dalla mappa delle influenze che La Jungle ha sempre portato con sé. Il riferimento più immediato e dichiarato è quello ai Can, la formazione tedesca di Colonia che negli anni Settanta ha inventato letteralmente il krautrock trascinando il rock verso la ripetizione ipnotica e il groove primitivo. Come Michael Karoli e Jaki Liebezeit trasformavano la struttura del brano in un flusso percussivo aperto, così Jim costruisce architetture di riff in loop che si accumulano e si sovrappongono mentre la batteria di Roxie scandisce ritmi metronomici e tribali.

A questa eredità tedesca si sovrappone una componente di trance techno che non ha nulla di commerciale: è la trance come stato alterato della percezione, come quella dei Virgin Prunes o di certe derive industriali britanniche. Il math rock affiora nei cambi di tempo e nelle architetture ritmiche complesse, la noise rock nella distorsione tagliente che avvolge i riff di chitarra. Il risultato è un ibrido che non assomiglia a quasi nessuno e che ha convinto critica e pubblico ben oltre i confini del Belgio.

An Order Of Things è nato a Mons, sulle rive della Trouille, il piccolo fiume che attraversa la città con quella qualità ambigua e inquieta che sembra trasparire anche nella musica del gruppo. Nove tracce scritte a sei mani, la cui registrazione è avvenuta nei boschi della Normandia, in una scelta di ambiente che parla da sola: nessuno studio cittadino con prese di aria condizionata e luci fluorescenti, ma una foresta, una scelta di isolamento fisico che doveva necessariamente influenzare il carattere del disco. Il risultato è un album che, pur nella sua complessità ritmica, mantiene una qualità organica e respirante.

Il cuore della svolta di An Order Of Things è strutturale prima che stilistico. Due batterie complete in azione simultanea non significano semplicemente più volume: significano poliritmia, dialogo percussivo, la possibilità di costruire strati ritmici che si intrecciano e si contraddicono nello stesso momento. Jim, con la sua chitarra amplificata e la stazione di loop, diventa il punto di mediazione tra i due kit, il filo conduttore melodico e armonico in un contesto percussivo doppio. Il vocabolario che ne emerge è descritto nel comunicato stampa con lucidità quasi matematica: doppio cassa, doppio rullante, tripla trance. La formula sintetizza perfettamente sia la tecnica che l’estetica.
Witches Carousel apre il disco con quella capacità ipnotica che ha sempre caratterizzato il gruppo, un riff in loop che si installa nella testa e non se ne va, mentre la sezione ritmica marca il territorio con precisione millimetrica. Jeddah Tower sposta il baricentro verso territori più abrasivi, con la chitarra che si stacca dalla ciclicità del loop per sferzate di rumore organizzato. Sad Hill Fire Wave porta nel titolo un immaginario cinematografico e western che affiora anche nell’ascolto, con una progressione che costruisce tensione su tensione prima di esplodere. Sabertoother è stato scelto come singolo insieme a Witches Carousel e rivela perché: è forse il brano più immediato del lotto, quello in cui la pulsazione dei due kit è più evidente e trascinante, con una struttura che tiene insieme danceability ed energia da palco in modo esemplare.

Damon Heart e Cowboy Ride rappresentano il cuore del disco, con un’espansione della palette sonora che include sintesi modulare e texture atmosferiche segnalate da alcune recensioni internazionali come novità nel suono del gruppo: elementi che non ammorbidiscono l’impatto ma lo rendono più stratificato, come una factory meccanica con un’anima. Evil Legs accelera di nuovo, Le Soleil porta il nome francese come unica concessione alla lingua madre all’interno di una tracklist prevalentemente anglofona, e chiude The Love And The Violence, che nel titolo porta già scritta la tensione tra opposti che attraversa tutto il disco: l’energia cinetica e violenta della sezione ritmica che coincide con il piacere fisico del ballo, la brutalità sonora che si rivela come forma di affetto.

An Order Of Things è pubblicato in coincidenza con il Record Store Day del 17 aprile 2026, una scelta simbolicamente coerente con l’etica del gruppo: musica che vale la pena tenere in mano, che giustifica l’oggetto fisico. Ma è soprattutto un disco che segna una maturità senza cedimenti, in cui La Jungle non ha smussato le proprie asperità per guadagnare audience ma ha aggiunto complessità mantenendo intatta la violenza cinetica delle origini. Il confronto con Holy Fuck, con Zu, con gli Oneida o con certi Swans nella loro fase ritmica più ossessiva non è fuori luogo, ma La Jungle è ormai una lingua a sé, riconoscibile al primo ascolto.

Trecentosettantadue concerti, cinquecento concerti, settecento concerti: ogni numero nel conto di questa band è anche un mattone nella costruzione di un suono che ora, con due batterie e tre teste pensanti, ha trovato la sua forma più ambiziosa.

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Garofalo Massimo
Garofalo Massimo

Critico cinematografico, sul finire degli anni '90 sono passato a scrivere di musica su mensili di hi-fi, prima di fondare una webzine (defunta) dedicata al post-rock e all'isolazionismo. Ex caporedattore musica e spettacoli di Caltanet.it (parte web di Messaggero, Mattino e Leggo), ex collaboratore di Leggo, il 4 ottobre 2002 ho presentato al cyberspazio RockShock.
Parola d'ordine: curiosità.
Musica preferita: dal vivo, ben suonata e ad altissimo volume (anche un buon lightshow non guasta)

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