Monolithe Noir
La Foi Gelée
(Humpty Dumpty Records e Les Cloches d’Atlantis)
progressive rock, ambient
Monolithe Noir, una pietra oscura e muta che resiste alla classificazione. Antoine Messager Pasqualini, musicista di origine bretone e franco-corsa, ha costruito negli anni un universo sonoro che rifugge ogni etichetta di genere con una determinazione quasi programmatica, e La foi gelée — quarto album – porta questo percorso a una maturità inattesa, persino luminosa.
Il disco arriva dopo un periodo di trasformazione profonda nella vita di Pasqualini. Dopo anni trascorsi a Bruxelles, il musicista è tornato a Brest, vicino alla terra in cui è cresciuto. Nel frattempo ha portato a termine Rebecca, un documentario sonoro dedicato alla traiettoria libera e marginale di una donna britannica trovata morta in un villaggio della Bretagna: un lavoro che ha segnato il processo compositivo di La foi gelée, avviato nell’estate del 2023. Diventare padre, nel medesimo periodo, ha contribuito a ridefinire il senso e la direzione di questa musica. Tutto ciò si percepisce con nitidezza nell’ascolto: questo è il disco più cantato, più diretto e — pur affrontando il lutto in modo ricorrente — il più luminoso che Monolithe Noir abbia mai realizzato.
Per comprendere La foi gelée occorre conoscere la mappa delle influenze di Pasqualini, che è al tempo stesso personale e sconfinata. Fugazi è sempre stato tra i suoi riferimenti di lunga data; più recentemente ha stretto legami con il catalogo dell’etichetta Constellation e ha mostrato interesse per formazioni come Gilla Band e Tropical Fuck Storm. A queste coordinate si aggiungono la musica tradizionale bretone, la ghironda costruita artigianalmente durante il lockdown, e un amore dichiarato per la musica da biblioteca italiana — quel corpus di registrazioni strumentali degli anni Sessanta e Settanta, tra Ennio Morricone e Piero Umiliani, che affiora qua e là nelle texture più calde dell’album.
La musica di Monolithe Noir attinge a un ventaglio di influenze che comprende il rock progressivo, l’ambient, l’elettronica, il folk e persino i tesori nascosti della musica da biblioteca italiana. Per la traccia conclusiva, lo stesso Pasqualini ha rivelato di essere arrivato da un brano piuttosto pesante e quasi post-rock a qualcosa che si colloca tra Swans e i Beach Boys, segno di quanto questo disco osi allargare il campo.
La foi gelée si articola in dieci tracce che alternano movimenti rapidi e pause contemplative. L’album si snoda come una successione di catene montuose emotive e fisiche, punteggiata da brani-soglia che invitano l’ascoltatore al passo successivo — senza rivelare se si tratti del prossimo o del precedente.
Long bridge apre il disco su motivi ricorrenti e un groove nervoso, una corsa concitata attraverso la città. Virgox cambia rotta verso atmosfere sospese, con una voce sommessa che scivola dentro la trama strumentale come un elemento naturale: la chitarra elettrica è di Thibaut Derrien, e la traccia acquista una qualità quasi cosmica nella sua seconda metà. Down in è il brano più oscuro e notturno del lotto, un rovistare lento tra i vicoli di un quartiere in pendenza.
Seguono Gate one, snodo strumentale che introduce la sezione centrale, e Seek you, in cui la voce sale in primo piano con una presenza inusuale per il progetto. Running fast è forse il brano più fisicamente coinvolgente dell’intera raccolta: i suoi motivi ostinati si imprimono nell’ascolto con una forza che non concede tregua. Threat on me porta invece una qualità quasi folk e bruita, tenue e screziata, perfetta contraddizione del pezzo precedente.
Flutter è la traccia più ambiziosa e collettiva di La foi gelée. Brano centrale dell’album, condensa i temi esplorati lungo tutto il disco e raduna una nutrita schiera di musicisti: Clara Levy al violino, Raphaële Germser alla viola, Isabelle Sainte-Rose al violoncello, Christophe Claeys alla batteria, Billy Fuller al basso, Aurélien Auchain alla chitarra, Yannick Dupont alle congas. Il risultato è una costruzione cameristica e rock allo stesso tempo, dove l’arco degli archi dialoga con le distorsioni senza che nessuno dei due mondi prevalga sull’altro. È il momento in cui il disco smette di essere un lavoro solistico e diventa qualcosa di più grande.
Gate two, breve e rarefatta, prepara il terreno alla traccia conclusiva. La foi gelée, che dà il titolo all’album, vede la partecipazione di Fabrice Detry, noto come Fabiola: la sua voce si intreccia con quella di Pasqualini in un duetto che oscilla tra il misticismo e una dolcezza inquietante. È il brano che chiude il cerchio narrativo e tematico del disco, una esplosione mistica che si decanta lentamente in un bagno torbido, a metà tra il confortante e il perturbante.
Sul piano tecnico, La foi gelée è un disco che si distingue per la qualità del trattamento sonoro. Senza abbandonare i sintetizzatori, l’arsenale strumentale di Monolithe Noir si sposta discretamente verso chitarre saturate e archi, il basso si afferma come strumento dominante. Antoine Messager Pasqualini ha curato personalmente batteria, basso, chitarra, sintetizzatori, ghironda, voce e registrazioni ambientali.
La foi gelée è un lavoro che conferma Monolithe Noir come uno degli autori più originali del panorama sperimentale europeo contemporaneo. Difficile da classificare — e probabilmente è questo il punto — questo quarto album riesce nell’impresa non banale di essere insieme più accessibile e più personale dei precedenti, senza cedere un millimetro alla comodità. È un disco sul dolore e sulla perdita che non si compiace dell’oscurità: preferisce guardarla in faccia e trovare, al fondo, qualcosa di simile alla luce.
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