Lowsunday
Low Sunday Ghost Machine (Black EP)
(Projekt Records)
post-punk, shoegaze, darkwave, dreampop
Trent’anni di storia, venticinque di silenzio, e poi due EP pubblicati quasi in sequenza come le due facce di una stessa moneta. Lowsunday – duo di Pittsburgh composto dai soci originari Shane Sahene (voce, chitarra, sintetizzatore, basso, batteria) e Bobby Spell (basso, chitarra, batteria) – torna sulla scena con Low Sunday Ghost Machine – Black EP, pubblicato via Projekt Records in formato digitale e disponibile in edizione limitata in vinile dal 29 maggio 2025, con una tiratura di soli duecento esemplari.
Il ritorno del gruppo non è improvvisato né nostalgico per partito preso. Lowsunday – nati nel 1994 come Low Sunday Ghost Machine, prima di abbreviare il nome – erano già stati pionieri di un incrocio tra darkwave e shoegaze quando queste etichette non godevano ancora della visibilità critica che hanno conquistato negli ultimi anni. Il loro debutto omonimo e il capolavoro del 1999 Elesgiem erano stati riediti da Projekt Records nell’arco degli ultimi diciotto mesi, rispettivamente per il trentesimo e il venticinquesimo anniversario: un segnale chiaro che la riscoperta era in atto, e che il duo aveva materiale nuovo da dire.
Prima del Black EP, i Lowsunday avevano già pubblicato il Low Sunday Ghost Machine – White EP; i due EP sono pensati come un’unica opera bipolare: le copertine, accostate verticalmente, formano un’immagine continua di 12 x 24 pollici, come un grande disco doppio in bianco e nero. Un’idea visiva che è anche una dichiarazione poetica. Shane Sahene ha descritto il Black EP come il lato junghiano dell’opera, quello in cui il duo si è concesso di esplorare le emozioni più difficili con una franchezza quasi confessionale.
Bobby Spell lo descrive come un disco ingannevole: si apre con l’energia irrequieta di You’re So Wired, brano agitato e malinconico insieme, per poi sprofondare in territori sempre più introspettivi e carichi di solitudine. Isolamento e tristezza, temi tutt’altro che nuovi per i due, ma affrontati qui con una maturità che trasforma il peso in familiarità, lasciando in chi ascolta qualcosa che somiglia alla speranza.
Prodotto, mixato e masterizzato dallo stesso Sahene insieme a Spell, il Black EP è un lavoro di rara coerenza artigianale. I cinque brani che lo compongono (You’re So Wired, Shattered, Someone To Talk To, This Is Not Heaven e Don’t Want To Dream Again) mostrano un suono costruito su chitarre stratificate, ritmi serrati e sintetizzatori austeri. La chitarra domina come texture prima che come strumento melodico, alternando muri di retroazione distorta a momenti di fragilità quasi eterea; le linee di basso hanno la solidità funzionale e ossessiva tipica del post-punk britannico; la batteria è precisa, mai ridondante.
This Is Not Heaven è probabilmente il brano più cinematografico del lotto, mentre Shattered è stato scelto come singolo principale dell’EP, con la sua capacità di tenere insieme tensione e melodia senza cedere a facili concessioni.
Il confronto con Joy Division è immediato e inevitabile, ma non del tutto esaustivo. La gravità oscura del gruppo di Manchester è certamente una delle fondamenta su cui Lowsunday ha costruito il proprio linguaggio, ma è altrettanto evidente l’influenza dei Chameleons, con la loro capacità di trasformare l’angoscia in bellezza melodica attraverso chitarre riverberate e arrangiamenti ariosi. Clan of Xymox aggiunge alla miscela la componente sintetica più fredda e geometrica; Catherine Wheel porta il lato più rumoroso e fisico dello shoegaze; i bielorussi Molchat Doma – oggi tra i gruppi post-punk più ascoltati al mondo – condividono con Lowsunday quella propulsione ritmica ipnotica che trascina l’ascoltatore senza chiedergli il permesso.
Non mancano affinità con gruppi contemporanei come ACTORS, Then Comes Silence e TRAITRS, segno che il suono di Lowsunday non appartiene al passato ma dialoga con una scena viva e internazionalmente riconoscibile.
Il Low Sunday Ghost Machine – Black EP è un disco che non cerca di sembrare giovane. È invece il lavoro di due musicisti che hanno interiorizzato decenni di ascolti e esperienze e li hanno distillati in qualcosa di essenziale: strutture melodiche classiche, ganci che rimangono in testa, paesaggi sonori che oscillano tra l’abrasivo e l’etereo. La produzione è asciutta e senza orpelli, il che rende il suono più onesto e, paradossalmente, più moderno di tanta produzione contemporanea iper-rifinita.
Per chi ama il post-punk oscuro, lo shoegaze atmosferico, il dreampop malinconico e le storie di band che meritavano più attenzione di quanta ne abbiano ricevuta, questo EP è un punto di partenza obbligatorio. E poi, naturalmente, c’è sempre il White EP da ascoltare in abbinamento: due metà di un’opera complessa e coraggiosa, firmata da un duo che ha trovato nella maturità la sua voce più convincente.
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