Laurie Anderson & Sexmob
Let X=X (Live)
(Nonesuch Records)
experimental, electronic, art rock, jazz
C’è un momento, verso il nono minuto di O Superman, in cui il trombone di Steven Bernstein smette di accompagnare e comincia a rispondere. Non sta riempiendo uno spazio: sta obiettando. Ed è lì che Let X=X rivela la sua ragione di esistere: non è un’antologia suonata dal vivo, ma una conversazione tra due mondi musicali che non si somigliano quasi per niente, e che per questo si capiscono benissimo.
Laurie Anderson ha registrato questo concerto durante il tour del 2023 con Sexmob, il quintetto jazz newyorkese guidato da Steven Bernstein, che da quasi trent’anni occupa uno spazio difficile da definire tra il free jazz, il funk e la musica da camera. Insieme a Bernstein ci sono Kenny Wollesen alla batteria e alle percussioni, Douglas Wieselman ai fiati e alla chitarra, Briggan Krauss ai sassofoni e alla chitarra, Tony Scherr al basso. Il disco è uscito in formato triplo LP e doppio CD: novantaquattro minuti di materiale dal vivo, con le copertine e le illustrazioni interne firmate da Laurie Anderson stessa. (Vi avevamo parlato di questo spettacolo qui)
Il titolo riprende quello di una delle sue canzoni più note, Let X=X, apparsa nel 1982 sull’album di debutto Big Science, ed è anche un gesto dichiarato: si tratta di un lavoro che affronta il proprio catalogo senza la reverenza funebre che spesso accompagna le operazioni retrospettive. Nessuno di questi brani suona come un monumento da preservare.
Prima di entrare nel dettaglio del disco, vale la pena ricordare chi è Laurie Anderson per chi non la conosce, o la conosce solo attraverso O Superman, il singolo del 1981 che scalò inspiegabilmente le classifiche britanniche — arrivando al secondo posto — grazie all’interessamento del DJ della BBC John Peel. Anderson viene dalla scena d’avanguardia newyorkese degli anni Settanta, quella che si nutriva di John Cage, del minimalismo di Philip Glass e Steve Reich, del Fluxus, del teatro sperimentale, delle arti visive. Ha suonato il violino modificato in modi improbabili, ha costruito strumenti propri, ha usato la voce come oggetto sonoro prima ancora che come veicolo narrativo. Ha collaborato con William S. Burroughs, con Brian Eno, con il Kronos Quartet, e per l’ultimo decennio e mezzo della sua vita è stata la compagna di Lou Reed, morto nel 2013.
Tutta questa biografia conta, perché Let X=X la porta in scena senza nasconderla. Il disco attraversa quasi cinquant’anni di produzione: da Big Science fino a Homeland (2010) e oltre, con un’incursione nella collaborazione Reed/Metallica e praticamente ignorando il recente – bellissimo – Amelia. Anderson nel 2024 ha ricevuto il Grammy alla carriera e la Medaglia Stephen Hawking per la comunicazione scientifica. L’Unione Astronomica Internazionale ha intitolato in suo onore l’asteroide 270588. Sessantasei anni di attività e nessuna sensazione che stia rallentando.
La scelta di Sexmob non è ovvia, e forse è per questo che funziona. Il gruppo ha una sonorità più densa e muscolare di qualsiasi ensemble Anderson abbia usato nei lavori in studio: i fiati di Bernstein e Krauss portano peso, non solo colore. Il New York Times, recensendo il concerto alla Brooklyn Academy of Music, ha scritto che il suono del gruppo è più corporeo di quello presente nelle registrazioni originali di Anderson, e che i musicisti offrivano una ricchezza di variazione timbrica grazie alla doppia specializzazione di alcuni di loro su chitarra elettrica e clarinetto basso.
Il risultato è che canzoni scritte per sintetizzatori, organo Farfisa e voce processata acquistano una consistenza fisica diversa. From the Air, che apre il concerto e l’album, si muoveva nell’originale su una texture quasi immobile; qui il basso di Scherr le dà un appoggio ritmico e i fiati le costruiscono intorno qualcosa di più vicino a una canzone jazz che a un monologo elettronico. Non è un tradimento: è una traduzione.
Il programma copre ventitré pezzi. Si comincia con From the Air, poi Good Evening, la brevissima Cloud (meno di trenta secondi, quasi un’intestazione), la title track Let X=X e It Tango. Seguono Teachers, Story to No One, Gravity’s Angel — che è tra i brani più riusciti della serata, con i fiati che sostituiscono le tastiere di Mister Heartbreak senza imitarle. Ramon, New Angels, la lunga Walk the Dog (oltre otto minuti), Looking at the Moon, Church of Panic, Dog Show.
Poi arriva Junior Dad, ed è il momento più inconsueto del disco. Si tratta di un brano scritto da Lou Reed in collaborazione con i Metallica per l’album Lulu del 2011, un progetto controverso e sghembo che all’epoca divise quasi tutti. Anderson lo esegue con Sexmob in una versione di quasi otto minuti che gli restituisce una vulnerabilità che nel contesto originale era difficile da percepire. È un atto di fedeltà personale, non filologico.
O Superman dura nove minuti e dieci secondi. È il brano più conosciuto, quello che ha fatto scoprire Anderson a un pubblico enorme che non aveva mai sentito parlare di arte d’avanguardia newyorkese. La struttura ripetitiva e ipnotica del brano regge all’arrangiamento: Wollesen tiene un ostinato quasi immobile, i fiati entrano lentamente, la voce di Anderson rimane quella di quarant’anni fa per tono e per intenzione. Il finale, con la sequenza Ahi ah ahi ah che si dissolve, è tra le cose più difficili da eseguire dal vivo senza che sembri autoparodia. Qui non lo è.
Gli ultimi brani — The Lake, Swimming, It’s Not the Bullet that Kills You, Only an Expert, What Are Days For, How to Feel Sad Without Being Sad — chiudono il concerto in modo più riflessivo, quasi meditativo. How to Feel Sad Without Being Sad è un titolo che funziona da solo come aforisma, e la versione live lascia abbastanza spazio perché ci si possa stare dentro.
Una cosa che non cambia, in nessuna versione di nessun brano di Anderson, è il modo in cui usa la voce. Non è una cantante nel senso tecnico che associamo a quel termine. Ha un controllo del ritmo del parlato che somiglia più a quello di un attore o di un poeta che a quello di una vocalist: ogni parola ha un peso specifico, ogni pausa è deliberata. Nei brani più narrativi — e molti lo sono — c’è sempre una storia dentro, anche quando la storia sembra non avere un punto di arrivo. Good Evening comincia come un saluto e finisce da qualche altra parte. Funziona così da sempre.
Let X=X non è un disco da ascolto casuale: richiede attenzione e una certa tolleranza per i tempi lenti, per le strutture che non si risolvono dove ci si aspetta. Chi conosce il catalogo di Anderson ci troverà nuovi angoli prospettici sui pezzi già amati. Chi lo scopre adesso ha a disposizione un’antologia ragionata distribuita su tre dischi, con arrangiamenti che rendono il materiale accessibile anche a chi non ha dimestichezza con la musica sperimentale.
Il fatto che sia registrata dal vivo, durante un tour nel 2023, aggiunge qualcosa che nessuna operazione di ristampa o remix può dare: la sensazione che tutto questo stia succedendo adesso, davanti a delle persone, in un posto fisico. Anderson ha settantotto anni e suona come se avesse ancora troppe cose da dire per potersi permettere di rallentare.
Laurie Anderson sarà alla Triennale di Milano con Sexmob. In luglio a Perugia per Umbria Jazz. Il giro continua.
Laurie Anderson & Sexmob: Let X=X in doppio CD
Laurie Anderson & Sexmob: Let X=X in triplo vinile
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