En route, boys
s/t
(Groupe Fovéa)
cosmic american music, post-rock
C’è una certa onestà nell’intitolare il proprio album di debutto con il nome del gruppo. En route, boys, trio strumentale canadese di formazione quebecchese, non cerca scorciatoie concettuali: questo disco omonimo è esattamente ciò che dichiara di essere, un viaggio, senza destinazione definita e senza la necessità di arrivarci.
Alexandre Gariépy, Marc-Antoine McMullen e Clément Desjardins costruiscono un suono che si colloca con precisione nell’area della Cosmic American music, termine coniato da Gram Parsons negli anni Settanta per descrivere una fusione visionaria tra country, rock, soul e tradizione popolare nordamericana. Ma se Parsons guardava verso le radici del profondo Sud degli Stati Uniti, En route, boys filtrano quella stessa eredità attraverso la sensibilità del Québec, trasformandola in qualcosa di più freddo, più rarefatto, più mentale. Il risultato è una variante della musica americana cosmica che non brucia, ma irradia.
Il nome del gruppo proviene da una riga di Hell’s Angels di Hunter S. Thompson, e la scelta non è casuale. Tutta la poetica del progetto ruota attorno all’idea di strada come forza creativa: le deviazioni, i paesaggi aperti, le ellissi temporali, il ritorno perpetuo. Non c’è narrativa lineare in questo disco, così come non c’è nell’esperienza reale di un lungo viaggio notturno. Le strutture tradizionali della canzone vengono deliberatamente abbandonate in favore di texture, spazio e movimento.
Il suono del trio si regge su tre pilastri strumentali che interagiscono in modo sempre cangiante. I sintetizzatori modulari forniscono la base, un tappeto instabile e pulsante che non si risolve mai in pattern rassicuranti, ma si deforma, si espande, si ritira. Le chitarre elettriche, immerse in delay prolungati, perdono la loro identità percussiva per diventare superfici riflettenti, quasi eco di se stesse. Il sassofono, ariosa presenza che attraversa l’insieme, è l’elemento più umano della composizione: la sua voce fiatatile ancora l’ascoltatore ogni volta che il paesaggio sonoro rischia di dissolversi nell’astrazione pura.
Il disco si apre con Sapporo (1L), quattro minuti e trentatré secondi che stabiliscono subito le coordinate dell’ascolto: nessuna fretta, nessuna struttura strofa-ritornello, solo un ambiente che si forma lentamente come nebbia sulla pianura. Muted California sunshine prosegue con un’ironia velata già nel titolo, un’evocazione californiana decolorata, come una cartolina sbiadita trovata sul sedile posteriore di un’auto abbandonata. È uno dei momenti più riusciti del disco, tre minuti e quattordici secondi in cui la luce sembra filtrata attraverso un vetro opaco.
Confusion-collision è il brano più lungo dei tre inizialmente diffusi in anteprima, sette minuti e trentaquattro secondi che esplorano con maggiore insistenza la tensione tra sperimentazione grezza e contemplazione. La traccia centrale del disco, Outremonde, è un termine che in francese evoca un altrove, un oltre-mondo, e il brano mantiene fede a questa promessa con uno sviluppo più rarefatto e vicino alla tradizione dell’ambient jazz europeo. Jesus, boxer introduce una dinamica leggermente più tesa, quasi cinematografica nel senso più concreto del termine, con un profilo ritmico appena più definito che ricorda certi lavori di Calexico nei loro momenti più asciutti.
En passant (bienvenue-demain-peut-etre-que) è il titolo più lungo e forse il più emblematico dell’intero progetto: passando, benvenuto-domani-forse. Un saluto sospeso, incerto, che cattura perfettamente la filosofia sonora del trio. Wise men fish here scivola verso territori di ambient jazz quasi meditativo, mentre L’heure d’été chiude il disco con quella qualità luminosa e malinconica tipica dei crepuscoli estivi del nord, quando la luce dura più a lungo del previsto ma sai già che finirà.
Sul piano delle influenze, En route, boys si inseriscono in una tradizione che comprende il post-rock strumentale nordamericano, la lezione di Tortoise e della Chicago underground degli anni Novanta, il jazz ambientale di artisti come Jon Hassell, e la tradizione dei paesaggi sonori inaugurata da Brian Eno. Ma il riferimento alla Cosmic American music di matrice parsonsiana è quello che più di ogni altro definisce l’identità del progetto: non si tratta di musica che guarda all’America con nostalgia, ma di musica che usa l’immaginario della strada e del viaggio nordamericano come struttura mentale, come metafora aperta.
Il disco non ha un produttore accreditato esternamente alla band nei materiali disponibili, il che suggerisce un controllo artistico totale da parte dei tre membri, coerente con l’approccio di un progetto che fa della coerenza estetica il suo punto di forza. La distribuzione affidata a Groupe Fovéa, etichetta indipendente quebecchese, inquadra il lavoro all’interno di una scena musicale canadese sempre più attiva nel proporre alternative alla logica del formato breve e dell’accessibilità immediata.
En route, boys è un disco che richiede tempo e un certo tipo di disponibilità all’ascolto. Non offre agganci melodici immediati, non cerca la memorabilità del singolo. Offre invece qualcosa di più raro: la sensazione convincente di essere altrove, di stare guardando scorrere un paesaggio dal finestrino di un’auto di notte, senza sapere dove si va, con la sola certezza che si è in movimento. Per chi cerca musica strumentale ambiziosa, radicata nella tradizione ma genuinamente originale nel risultato, questo esordio è uno degli album più interessanti emersi nel primo scorcio del 2026.
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