BBCC
King Michael Il and the Trial of the Axe
(October Tone)
avant-rock, avant-pop
Strasburgo, giugno 2026. C’è un’ascia sul banco degli imputati, e attorno a lei sfilano un supereroe fallito, un vampiro alcolizzato, un cavaliere tutto muscoli e un albero che si è reincarnato in taglialegna. Non è l’inizio di una favola nera per bambini cresciuti male: è la trama, dichiaratamente assurda, di King Michael II and the Trial of the Axe, il nuovo album dei BBCC, quintetto francese pubblicato il 12 giugno 2026 per October Tone.
Prima di entrare nel disco vero e proprio, vale la pena ricostruire il percorso della band, perché aiuta a capire dove si colloca questo lavoro. I BBCC nascono sotto un altro nome, Crocodiles INC., e debuttano nel 2015 con un album dal taglio indie rock, Heidentum. Nel 2020 arriva una svolta più spigolosa e krautrock, Altered States of Consciousness, mentre nel 2023, ormai sotto la sigla BBCC, il gruppo inaugura un approccio concettuale con l’album Michael, primo capitolo di quella che oggi si rivela una saga narrativa più ampia. Dopo concerti e proiezioni tra Francia e Germania, la band arriva a King Michael II and the Trial of the Axe con un’identità molto più definita, teatrale e fisica rispetto al passato.
Il filo conduttore dell’album è tanto semplice quanto disturbante: chi è colpevole quando accade un atto violento, lo strumento o la mano che lo impugna? L’intenzione o il gesto? Attorno a questo interrogativo i BBCC costruiscono una narrazione episodica, popolata da figure grottesche e da un umorismo nero che ricorda il teatro dell’assurdo più che il classico concept album rock. Non è un caso che tra i riferimenti dichiarati dalla band compaiano nomi come Monty Python, Weyes Blood, David Bowie, David Byrne, Devo e soprattutto Brian Eno, citato più volte come bussola sonora e concettuale per l’intero progetto.
Musicalmente il disco si muove su un equilibrio delicato tra ripetizione ipnotica e imprevedibilità. La batteria è interamente suonata dal vivo, pulsante e fisica, e funziona da motore per brani che spesso partono da un motivo minimale per poi accumulare tensione fino a un punto di rottura quasi euforico. Sopra questa base ritmica si stratificano synth analogici, chitarre dal piglio quasi romantico, flauto e sassofono, in un arrangiamento denso ma mai confuso, merito della produzione di Théo Cloux, in arte Tioklu, che firma un lavoro vivido e volutamente sbilenco, capace di lasciare spazio a momenti di rarefazione tra un’esplosione e l’altra.
Le voci sono un capitolo a parte: si passa dal canto vero e proprio alla recitazione scandita, fino a cori quasi cantilenanti, in una modalità che richiama tanto l’art pop più sperimentale di certo Eno quanto la luminosità sintetica di artiste come Kate NV. Il risultato è un disco che si concede il lusso di essere ostentato e complesso, ma che non perde mai il contatto con l’ascoltatore: sotto la stratificazione c’è sempre un nucleo di immediatezza.
L’apertura, The Axe (ouverture), pianta subito la bandiera del concept, mentre Celestial Body of Light alza il livello di teatralità con synth che sembrano ridere di se stessi. The Death of Slumberjack introduce uno dei personaggi cardine della vicenda, e Mr Blacksmith insiste sull’immaginario artigianale e quasi mitologico che attraversa tutto l’album. Castleman e Campfire lavorano invece per contrasto, alternando momenti di tensione a passaggi più caldi e acustici.
A metà disco, Amour Courtois (interlude) funziona da cerniera prima del dittico Knight Knight part I e Knight Knight part II, probabilmente il cuore drammaturgico del lavoro. Accessory to Murder riporta in scena il tema del processo che dà il titolo all’album, mentre Bone Appetit si concede la deriva più macabra e ironica del lotto. Chiude Sanguinis Karaokus prima dell’epilogo The King Is Dead, Long Live the Undead Queen, che ribalta l’intera narrazione con un colpo di scena finale coerente con lo spirito dissacrante di tutto il disco.
King Michael II and the Trial of the Axe è un disco eccessivo per scelta, visivo anche solo all’ascolto, e riesce nell’impresa non semplice di essere insieme cerebrale e godibile. Chi ama il pop d’autore più eccentrico, l’eredità di Eno e Byrne, o semplicemente un rock che non ha paura di travestirsi da spettacolo teatrale, troverà qui un lavoro che vale la pena affrontare per intero, magari con lo stesso spirito con cui la band promette di portarlo dal vivo: con costumi, oggetti di scena, e naturalmente l’ascia protagonista della storia.
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