Annie Taylor
Out of Scale
(Clouds Hill)
rock, grunge, psichedelia
C’è un nome, prima ancora della musica. Annie Edson Taylor era una maestra americana dal carattere spigoloso che nel 1901, a sessantatré anni, si fece chiudere in una botte e si buttò giù dalle cascate del Niagara. Ne uscì viva, con una sola ferita alla nuca e una lezione che vale ancora: la strada più dritta non è quasi mai la propria. Il quartetto di Zurigo che da lei ha preso il nome continua a onorare quel gesto. Out of Scale è proprio questo: un disco sul non conformismo, scritto e suonato da chi non ha la minima intenzione di stare nei ranghi.
La storia degli Annie Taylor comincia in modo poco rock e molto svizzero: i quattro si conoscono nel 2017 in un bar di montagna, dopo una giornata di snowboard. Da lì, due singoli, un giro di concerti tra Italia, Francia e Svizzera, e una formazione che si stabilizza attorno alla voce e alla chitarra di Gini Jungi, alla seconda chitarra di Tobias Arn e a una sezione ritmica affiatata. Il debutto Sweet Mortality (2020, Taxi Gauche Records), prodotto da David Langhard, li impone quasi dal nulla all’attenzione internazionale e gli vale una nomination ai Swiss Music Awards. Il secondo disco, Inner Smile (2023), inciso nel Regno Unito con Ali Chant (lo stesso di PJ Harvey e Yard Act), è più ruvido e diretto, meno levigato. Nel mezzo, una gavetta vera: aperture per Wolf Alice e Skunk Anansie, e una collezione di festival che pochi coetanei possono vantare, dal SXSW al Levitation di Austin, dal Great Escape di Brighton al Reeperbahn di Amburgo.
Out of Scale arriva con due novità non di poco conto. La prima è il passaggio alla scuderia tedesca Clouds Hill, etichetta indipendente di peso. La seconda è l’ingresso del bassista Josip Tijan, energia fresca in una band che ha sempre fatto del muro ritmico la propria spina dorsale. A produrre, però, torna David Langhard: un cerchio che si chiude, il ritorno a chi aveva fissato su nastro il loro suono delle origini. Non è un dettaglio da nota a margine, perché spiega molto della compattezza di questo disco.
Gli Annie Taylor si autodefiniscono grunge-psychedelic-rock, e la formula tiene. Sotto c’è la lezione di Seattle, dai Soundgarden ai Nirvana, filtrata però da una sensibilità tutta europea e contemporanea. La critica anglosassone li ha accostati ai primi Hole e alle Warpaint per l’uso del riverbero e dei chiaroscuri, e a Gini Jungi è capitato di essere descritta come capace di essere insolente come Courtney Love e glaciale come Kim Gordon: comparazioni impegnative, eppure non del tutto fuori fuoco. A queste radici novanta si aggiungono il jangle disincantato di Courtney Barnett, l’ironia ruvida delle Wet Leg, e zaffate di dream pop e desert rock che ammorbidiscono gli spigoli. La voce di Jungi resta il centro di gravità: ora arretrata nella nebbia del missaggio, ora improvvisamente vicinissima, quando il muro si dirada e arriva la frase che fa male.
Registrato tra il tour americano e le date europee, Out of Scale si muove per contrasti, ed è qui che il mestiere di Langhard si sente. La sequenza alterna chitarre distorte e rabbia grunge a derive psichedeliche ipnotiche, per poi lasciare spazio a una canzone pensosa, quasi sussurrata. Ogni traccia suona diversa dall’altra, eppure il flusso non si spezza mai.
Apre Alligator, biglietto da visita tagliente. Subito dopo arriva Something Ain’t Right, uno dei singoli di lancio: nasce da quella sensazione di disagio che ti coglie in una giornata d’estate in cui dovresti essere felice, e non lo sei. Jungi ha raccontato di averla scritta più per istinto che per un conflitto preciso, e in studio lo stacco centrale è venuto fuori da solo, lavorandolo con Langhard. Lucidity, il primo estratto, è invece il cuore pop del disco: riff melodici, batteria che invita ad annuire, e quella lucidità notturna che dà il titolo al pezzo, fatta di nottate senza programma che finiscono a mangiare pizza alle quattro del mattino. È la faccia luminosa di un album che luminoso non è quasi mai.
Perché poi i dubbi rientrano dalla finestra. The Ocean trova una melodia per quel groviglio di desiderio, nostalgia e conforto che attraversa l’intero disco, con la voce che galleggia in lontananza prima di farsi addosso. The Cure dialoga in modo esplicito con uno dei versi chiave dell’album, quella dichiarazione di resa e di onestà spietata: non sono la tua risposta, non sono la tua cura. Tra Fire, That City, Overload, Silence, What Do You Have To Sell e la conclusiva Places, la band continua a parlare di amicizie e relazioni, della sicurezza e dell’euforia di quando qualcuno ti mostra la bellezza del mondo, e di quando poi qualcosa smette di funzionare. Molto è stato scritto d’estate, in una Zurigo quasi vuota, ed è una materia volutamente grezza e intima: forse è proprio per questo che funziona.
Vale la pena spendere una parola anche sul confezionamento. Il concept visivo, firmato da Kevin Högger, Studio Végété e Quentin Lacombe, mescola grafica contemporanea, arte sperimentale ed estetica pop, e restituisce bene l’attrito e l’apertura del disco. Niente è lasciato al caso, nemmeno la copertina.
Out of Scale è il suono di una band che ha smesso di inseguire l’urgenza del debutto e ha imparato a dosarla. La rabbia c’è ancora, ma è messa a fuoco; la psichedelia non si perde più in se stessa; le ballate hanno finalmente il coraggio di stare in silenzio. È un terzo album che cresce con gli ascolti e che, fedele al gesto di quella maestra dentro la botte, sceglie la propria traiettoria invece di quella comoda. Per chi ama il rock alternativo che non ammicca al mercato.
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