Tristan da Cunha: recensione di Maris Stella

Tristan da Cunha, Maris Stella: la recensione dell'album per Boring Machines. Post drone, viola e liturgia laica dell'isolamento nel nuovo disco del trio pavese.

Tristan da Cunha

Maris Stella

(Boring Machines)

post-rock, ambient, neo-classica


C’è un momento, nella storia di ogni progetto che nasce dal dolore, in cui la forma originaria smette di bastare. Per i Tristan da Cunha quel momento coincide con Maris Stella, il nuovo album in uscita per Boring Machines che segna il passaggio più radicale nella breve ma densa discografia del gruppo pavese.

Fondati nell’agosto 2016 da Francesco Vara, chitarra e campionatore, e Luca Scotti, batteria e percussioni, i Tristan da Cunha hanno costruito il proprio nome attorno a un post rock isolazionista fatto di droni, silenzi e microsuoni recuperati quasi per sottrazione, come dimostrava Hidden Sea, uscito nel 2024 per Dissipatio e poi portato dal vivo nel 2025 con Live At Punctum, registrato al Punctum Krásovka di Praga. Oggi quella formula si allarga: al duo si affianca stabilmente la viola di Nicolò Vara, e con essa arriva un terzo timbro capace di ridisegnare l’intera architettura del gruppo.

Maris Stella nasce da una domanda precisa: cosa succede se l’isolazionismo, da sempre nucleo emotivo della scrittura dei Tristan da Cunha, viene riletto in chiave liturgica. Il riferimento è il culto mariano di Nostra Signora Stella del Mare, e la band lo utilizza non come cornice decorativa ma come chiave interpretativa di un lavoro che trasforma la solitudine in qualcosa di più simile a un’esperienza spirituale che a una condizione esistenziale. Il disco è pensato come opera minimalista unitaria, non come somma di episodi distinti, e si muove con naturalezza fra territori tonali e atonali, fra post drone, strutture neoclassiche e tessiture corali.

La scelta più interessante di Maris Stella riguarda il modo in cui il trio reinventa il proprio strumentario per simulare un ensemble orchestrale senza esserlo davvero. La chitarra di Vara smette di essere motore ritmico e diventa sezione d’archi, distendendo trame atmosferiche sotto la superficie del brano. La viola di Nicolò Vara emerge come voce solista, portando il peso lirico delle composizioni con un pathos che nella title track raggiunge il suo punto più alto: è lì che il musicista mostra la capacità di passare da momenti di grande melodia a esplorazioni timbriche ruvide, ai confini dell’atonalità. La batteria di Scotti si sposta invece verso una funzione quasi percussivo orchestrale, mentre bassi e frequenze gravi ancorano l’intero edificio sonoro a una base scura e stabile.

Ad aprire il disco è Preludio, che fin dal titolo dichiara l’attitudine post classical del trio: nei primi minuti il brano ricorda una versione scarnificata delle sperimentazioni sinfoniche dei Curved Air, riletta con la consapevolezza accumulata da almeno tre rivoluzioni rock, e non è difficile scorgervi un’eco del primo movimento di Tabula Rasa di Arvo Pärt. La title track Maris Stella consolida questa direzione, mentre Womb e Wound fungono da ponte ideale con l’estetica di Hidden Sea, mantenendo un’atmosfera lugubre e abissale pur restando altamente espressive. The Veil introduce cori quasi sacrali che giustificano un uso più misurato della componente ritmica, e Continuum chiude l’opera con una scrittura al tempo stesso potente e sfuggente, mettendo a fuoco l’identità timbrica dei nuovi Tristan da Cunha. Completano la tracklist due interludi, Interludio e Interludio II, e A Tidal Wave Will Push Them to the Light, che nel titolo racchiude bene la tensione fra abbandono e speranza fragile su cui l’intero disco è costruito.

Chi ha frequentato le distese desolate di Arvo Pärt e Henryk Górecki, le autostrade infinite dei Godspeed You! Black Emperor, il silenzio abissale di Giacinto Scelsi o le galassie morenti degli Stars of the Lid troverà in Maris Stella un territorio familiare. Non mancano, va detto, i punti di frizione: la viola risulta talvolta sovraesposta rispetto agli altri strumenti, e l’abbondanza di elementi post classical rischia in alcuni passaggi di attenuare certe intuizioni più dirette che avevano reso memorabile Hidden Sea. Sono le crepe fisiologiche di una band che sceglie di rifondarsi in corsa, e che nel farlo accetta il rischio di squilibri compositivi pur di non ripetersi.

Maris Stella non è un disco che consola. Si limita, semmai, a illuminare il paesaggio interiore dopo che tutto il resto è scomparso, ed è proprio in questa mancanza di consolazione che risiede la sua onestà artistica: il punto più alto raggiunto finora dalla visione dei Tristan da Cunha.

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Garofalo Massimo
Garofalo Massimo

Critico cinematografico, sul finire degli anni '90 sono passato a scrivere di musica su mensili di hi-fi, prima di fondare una webzine (defunta) dedicata al post-rock e all'isolazionismo. Ex caporedattore musica e spettacoli di Caltanet.it (parte web di Messaggero, Mattino e Leggo), ex collaboratore di Leggo, il 4 ottobre 2002 ho presentato al cyberspazio RockShock.
Parola d'ordine: curiosità.
Musica preferita: dal vivo, ben suonata e ad altissimo volume (anche un buon lightshow non guasta)

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