Boards of Canada: recensione di Inferno

Recensione di Inferno, il quinto album dei Boards of Canada uscito il 29 maggio 2026 per Warp: il ritorno del duo scozzese dopo tredici anni, tra influenze IDM, ambient e shoegaze.

Boards of Canada

Inferno

(Warp Records)

elettronica, ambient


Ci sono attese che diventano leggenda prima ancora di sciogliersi, e quella per il nuovo disco dei Boards of Canada apparteneva ormai a questa categoria. Inferno è il quinto album in studio del duo scozzese e il primo dopo tredici anni di assenza, da quel Tomorrow’s Harvest del 2013 che molti avevano archiviato come un possibile testamento. I fratelli Michael Sandison e Marcus Eoin sono tornati, e lo hanno fatto con il lavoro più cupo, denso e frontale della loro intera carriera: sessantanove minuti pensati per essere ascoltati come un unico flusso ininterrotto, non come una sequenza di brani staccabili.

Per capire dove arriva Inferno conviene ricordare da dove vengono. Il nome stesso del progetto racconta tutto: i due fratelli lo hanno tratto dai documentari del National Film Board of Canada, l’ente cinematografico canadese le cui pellicole educative degli anni Settanta hanno cresciuto una generazione davanti al televisore. Quel timbro caldo, leggermente sbiadito, di pellicola e nastro consumato è diventato la loro firma estetica: una nostalgia analogica che molti hanno poi etichettato come hauntology, la sensazione di ricordare qualcosa che forse non è mai esistito.

Cresciuti dentro una famiglia di musicisti e attivi insieme fin dai primi anni Ottanta, i Sandison emergono negli anni Novanta come parte della scuderia Warp, accanto ai due nomi con cui vengono più spesso accostati: gli Autechre e Aphex Twin. Furono proprio gli Autechre, e in particolare Sean Booth, a portarli all’attenzione della Warp dopo averli messi sotto contratto per la Skam di Manchester e averli voluti come apertura ai propri concerti. Non sorprende quindi che nel debutto Music Has the Right to Children, del 1998, l’eco di quella scuola di musica elettronica intelligente, la cosiddetta IDM, si senta in modo evidente.

Ma ridurre i Boards of Canada all’elettronica colta sarebbe un errore. Nel loro DNA convivono l’ambient di scuola eniana, il respiro cosmico del krautrock tedesco, la materia liquida e abrasiva dello shoegaze dei My Bloody Valentine e, soprattutto in lavori come The Campfire Headphase del 2005, la chitarra trattata fino a diventare paesaggio. A questo si aggiunge un gusto per il criptico, fatto di numerologia, campionamenti distorti, voci di bambini e riferimenti a culti e suggestioni esoteriche, che ha trasformato ogni loro disco in un piccolo enigma per appassionati. È un linguaggio che parla anche a chi arriva dal rock alternativo, dal post-punk e dal darkwave, perché lavora sulla stessa materia: la malinconia, la decadenza del suono, l’inquietudine sotto la superficie.

Schivi e refrattari alle interviste come sempre, i Boards of Canada hanno annunciato il ritorno con la regia da gioco enigmistico che li contraddistingue. Già nel maggio 2025 i fan avevano notato la riattivazione di un vecchio sito legato a Tomorrow’s Harvest, comparso con un messaggio criptico, in inglese e in codice Morse, su una casa vuota e nessuno in ascolto. Nell’aprile 2026 sono arrivate misteriose videocassette VHS spedite ai sostenitori e manifesti affissi in diverse città. Il 16 aprile il duo ha diffuso il primo frammento di musica originale in tredici anni, intitolato Tape 05, poi confluito nel disco con il nome di Deep Time. L’annuncio ufficiale dell’album è arrivato il 22 aprile, accompagnato da un trailer di quarantadue secondi e dalla solita immagine esagonale bagnata di colori alternati. Robert Beatty ha firmato il video dei primi due brani, Introit e Prophecy at 1420 MHz, mentre il 22 maggio si sono tenute sessioni di ascolto riservate da Tokyo a Berlino, da Barcellona a Glasgow.

La produzione è curata, come da tradizione, dagli stessi Michael Sandison e Marcus Eoin, accreditati anche come strumentisti e sound designer. La novità sta nel maggior peso della strumentazione suonata dal vivo e nell’uso insistito di voci campionate, che attraversano l’intero ascolto come una liturgia spezzata.

Il titolo non è casuale. Inferno è un disco di discesa, e i riferimenti religiosi e cosmologici lo segnalano fin dall’indice dei brani. Si apre con Introit, trentasei secondi che richiamano l’inizio della messa cattolica ma anche, per i più affezionati, l’eco di Happy Cycling, la coda storica del debutto del 1998: un saluto in codice ai fedeli della prima ora. Da lì il disco scivola in Prophecy at 1420 MHz, dove la frequenza citata nel titolo non è un vezzo: 1420 megahertz è la riga dell’idrogeno neutro, la lunghezza d’onda di ventun centimetri che la radioastronomia usa per ascoltare l’universo e che i programmi di ricerca di intelligenza extraterrestre considerano una possibile lingua comune. Su questo tappeto compaiono voci che dichiarano divinità e risonanze ultime, e l’effetto è quello di una preghiera trasmessa da una stazione radio dimenticata.

La cosmologia ritorna in Hydrogen Helium Lithium Leviathan, il cui titolo elenca proprio i tre elementi più leggeri prodotti dalla nucleosintesi primordiale, nei primi minuti dopo il Big Bang. È il modo dei Boards di tenere insieme l’infinitamente grande e l’intimità del campionamento sgranato. Age of Capricorn e Father and Son spostano il discorso sul piano della fede e della filiazione, con il secondo che nomina più volte il Signore in una delle pagine più dirette e meno protette che il duo abbia mai inciso.

Non tutto è oscurità, però. Into the Magic Land recupera l’anima shoegaze delle origini con chitarre riverberate e percussioni cavernose, mentre Deep Time, il brano apparso per primo come Tape 05, brilla di corde pizzicate e fiati ovattati che alleggeriscono la tensione. Verso la fine You Retreat in Time and Space si scioglie in melodie così tenere da sembrare una ninnananna, prima che la chiusura affidata a I Saw Through Platonia riporti tutto a un sussurro. Negli ultimi minuti emerge il suono più semplice e disarmante possibile, il battito di un cuore umano: un campionamento che chiude il cerchio tematico del disco riportando ogni profezia, ogni divinità e ogni teoria del tempo alla sola cosa che ciascuno può verificare dentro di sé.

In mezzo restano gli episodi più spigolosi e ipnotici, da Naraka, che prende il nome dagli inferi della cosmologia indiana e buddhista, alla lunga All Reason Departs, fino a Arena Americanada, dove la malinconia tipica del duo assume un colore quasi politico. La struttura a diciotto tracce, alcune brevissime come Acts of Magic o Somewhere Right Now in the Future, funziona da connettivo: sono respiri, transizioni, soglie tra una stanza e l’altra di questo discendere.

Chi cercava il calore pastorale e i pomeriggi sbiaditi di Music Has the Right to Children potrebbe trovare Inferno un ascolto duro, a tratti respingente al primo contatto. È una scelta consapevole. Dopo tredici anni i Sandison non hanno voluto rassicurare nessuno: hanno consegnato il loro disco più adulto e più inquieto, una riflessione sul tempo profondo, sulla fede e su ciò che crediamo vero senza poterlo toccare. Eppure, sotto la cenere, la luce filtra ancora, e nei suoi momenti più sereni questo album contiene alcune delle pagine più belle e commoventi mai firmate dal duo.

Per chi ama la musica che chiede di essere abitata più che consumata, per chi viene dall’elettronica come dal post-punk, dallo shoegaze o dal darkwave, Inferno è il genere di disco che si lascia ascoltare per anni senza esaurirsi. I Boards of Canada non erano spariti. Erano solo scesi più a fondo, e sono tornati con la mappa.

Boards of Canada – Inferno (vinile LP)

Boards of Canada – Inferno in (CD)

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Garofalo Massimo
Garofalo Massimo

Critico cinematografico, sul finire degli anni '90 sono passato a scrivere di musica su mensili di hi-fi, prima di fondare una webzine (defunta) dedicata al post-rock e all'isolazionismo. Ex caporedattore musica e spettacoli di Caltanet.it (parte web di Messaggero, Mattino e Leggo), ex collaboratore di Leggo, il 4 ottobre 2002 ho presentato al cyberspazio RockShock.
Parola d'ordine: curiosità.
Musica preferita: dal vivo, ben suonata e ad altissimo volume (anche un buon lightshow non guasta)

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