Palomar
s/t
(Hora Records, 2026)
rock, avant jazz, post-rock
Ci sono dischi d’esordio che sembrano manifesti sonori, e dischi d’esordio che invece si muovono con la timidezza di chi preferisce ascoltare piuttosto che dichiarare. Palomar, primo lavoro discografico dell’omonima band toscana, appartiene decisamente alla seconda categoria, e proprio in questa scelta di sottrazione trova la sua forza.
Il gruppo nasce quasi per caso a Siena nel 2021, quando Francesco Panconesi, Marco Pasinetti, Iacopo Sichi e Davide Strangio si incontrano nell’ambiente della scuola di jazz cittadina. Da lì partono lunghe sessioni di improvvisazione, ascolti condivisi, conversazioni infinite sulla musica, fino a costruire un linguaggio comune che oggi prende forma in nove tracce pubblicate il 5 giugno 2026 per Hora Records, etichetta fondata nel 2021 e diventata negli anni un punto di riferimento per la scena creativa e d’avanguardia italiana, casa anche di Nic T e Ghost Horse.
Il nome del progetto non è casuale. I quattro musicisti rimandano esplicitamente al romanzo di Italo Calvino del 1983, di cui riprendono non tanto l’osservatorio astronomico quanto lo sguardo, quel modo calviniano di osservare il mondo con pazienza descrittiva prima di trarne conclusioni. Non stupisce che nell’inserto del vinile trovi spazio una poesia di Carlo Fait, pensata per dialogare con il contenuto sonoro del disco senza mai spiegarlo del tutto.
Definire Palomar con un solo genere sarebbe un esercizio inutile, ed è proprio questa la sua caratteristica più interessante. Nel disco si avvertono gli echi del nuovo rock britannico di formazioni come Caroline, la tensione quasi cinematografica che ricorda i Calibro 35, incursioni nell’avant-jazz contemporaneo e le architetture emotive del post-rock alla Sigur Rós. Sono coordinate, non gabbie. La band si muove tra momenti di espansione corale, dove le stratificazioni sonore si accumulano fino quasi a saturare lo spazio, e paesaggi di rarefazione estrema, dove basta un gesto minimo a riportare tutto al silenzio.
Questa alternanza tra pieno e vuoto è probabilmente l’elemento tecnico più riuscito del disco. Ascoltando azzurro che non mente mai o chi ricordo si percepisce come la formazione, composta da Panconesi al sax, pianoforte e synth, Strangio e Pasinetti alle chitarre elettriche e Sichi a batteria e percussioni (con un intervento al pianoforte proprio in Libera), lavori per sottrazione più che per accumulo. Le voci, distribuite tra i quattro membri, non hanno mai un ruolo da protagoniste assolute ma si inseriscono nel tessuto strumentale come un ulteriore strato timbrico.
Il primo singolo estratto, CaraCaraCara, riassume bene l’estetica del gruppo. Qui il bassista e produttore Marco Giudici, che ha curato registrazione e mix dell’intero album insieme a Niccolò Fornabaio negli studi Cabinessence di Milano, presta anche il basso elettrico al brano. Il pezzo si costruisce attorno a una sola parola ripetuta, un gesto quasi ipnotico che diventa metafora della cura verso l’altro, tema centrale di tutta l’opera.
Il secondo singolo, sguardo da bambino, chiude il disco e ne rappresenta in un certo senso il punto d’arrivo concettuale. Accompagnato da un video diretto insieme alla regista Noa Boucquillon, costruito attorno alla presenza enigmatica di un grande cono in metallo, un’installazione mobile ideata dalla stessa band, il brano invita a recuperare uno sguardo puro sul mondo, capace di osservare senza sovrastrutture.
C’è un particolare che rende ancora più affascinante l’ascolto di Palomar, ed è la sua genesi temporale. Le registrazioni si sono svolte tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024, a cavallo del capodanno, e nel disco è rimasto impresso, seppur nascosto, il suono dei fuochi d’artificio filtrati dalle mura dello studio milanese. Un dettaglio che forse pochi ascoltatori noteranno consapevolmente, ma che racconta bene la filosofia del progetto, quella di lasciare che il caso e l’ambiente entrino a far parte della musica.
Il master, affidato a Matt Bordin presso l’Outside Inside Studio, restituisce dinamiche ampie senza mai forzare la mano sulla compressione, scelta che si sposa perfettamente con un disco che vive di respiro e di spazi. Anche la parte visiva merita una menzione: la copertina, curata da Francesco Franz Longhi con le fotografie di Claudia Fontana e Jacopo Perugini, mostra uno scoglio accarezzato dalle onde in cui il tratto disegnato a mano del nome della band sembra prendere la forma di un volto che osserva il mare.
Palomar non è un disco che cerca il consenso immediato, e proprio per questo funziona. È un esordio maturo, costruito con la calma di chi ha avuto il tempo di ascoltarsi davvero prima di incidere, e che restituisce nove titoli pensati più come indizi che come spiegazioni. Chi ama band come Caroline, l’eredità strumentale di Calibro 35 o le architetture emotive di Sigur Rós troverà in questo disco un territorio familiare eppure personalissimo, capace di parlare a un pubblico trasversale che spazia dall’indie rock più curioso fino agli amanti delle sonorità post-rock e darkwave.
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