Primavera Sound 2025: un festival con 3 anime (pop, indie/alternative ed elettronica). Ecco com’è andata a Barcellona

Il Primavera Sound Festival 2025 di Barcellona ha dimostrato che credibilità indie e appeal mainstream non si escludono a vicenda quando sei intelligente nella realizzazione della line-up.

Primavera Sound 2025

Barcellona, Parc del Forum

5 – 7 giugno 2025

live report


La società è cambiata. La musica è cambiata. Il Primavera Sound è cambiato. E io probabilmente non sono cambiato (o almeno non sono cambiato abbastanza).

Foto di Massimo Garofalo; click sulla foto per ingrandire.

Nella cittadella della musica in cui si trasforma il Parc del Forum di Barcellona, nei 15 anni che frequento il Primavera Sound… è cambiato tutto. E non mi riferisco alla disposizione dei palchi, ma anche al fatto che non ci sono più stand di dischi, di abbigliamento usato, di magliette non-ufficiali (e quindi a prezzi umani).

È cambiato il pubblico, che agli anfibi d’ordinanza ora preferisce lustrini e glitter. Sono cambiati i maxischermi, ormai da qualche anno dannatamente in verticale (ma le nuove generazioni lo sanno che il telefonino si può anche girare in orizzontale?).

È cambiato il pubblico, che non si scompone per niente se al posto di chitarre e batteria ci sono ballerini e mastodontiche scenografie, ma la musica arriva dalle basi registrate (e spesso anche la voce, sigh).

Il pubblico più attempato, come lo scrivente, ormai è asserragliato nei palchi storici e più piccoli e solo in rare occasione migra verso i due giganteschi palchi posizionati nella zona che noi festivaleros di lungo corso chiamiamo Mordor.

Ma tant’è. Bisogna fare buon viso a cattivo gioco. Tanto… il Primavera Sound continua ad offrire l’occasione di vedere e ascoltare in 3 giorni band come Spiritualized e TV On The Radio, Anohni & The Johnsons e LCD Soundsystem, Idles e Fontaines D.C., e… tantissimo altro ancora.

Il delirio pop di Primavera: come Barcellona è diventata il centro dell’universo

Foto di Christian Bertrand. Click sulla foto per ingrandire.

Il Primavera Sound 2025 non si è limitato a virare verso il pop, lo ha militarizzato, trasformando quella che poteva essere una mossa commerciale in un capolavoro di curation che è riuscito a far felici tutti. Quando Charli XCX ha definito sul palco Sabrina Carpenter e Chappell Roan la “santissima trinità”, quelle Powerpuff Girls gonfiabili all’ingresso del festival hanno improvvisamente acquisito perfetto senso. Non si tratta solo di rincorrere le tendenze; si tratta di riconoscere che la musica pop è finalmente cresciuta abbastanza da meritarsi un posto al tavolo degli (ex)ragazzini indie.

I numeri raccontano la storia: 293.000 presenze, 65% internazionali, sold out già a dicembre. Ma i numeri non catturano il momento elettrico in cui 75.000 persone hanno cantato “Happy Birthday” a Troye Sivan alle 3 del mattino durante il suo show SWEAT con Charli, o la gioia pura che irradiava dai fan adolescenti in rosa cowboy guardando Sabrina Carpenter.

Quando le pop girls incontrano la credibilità indie

La line-up del festival. Click sulla foto per ingrandire.

Ecco cosa il Primavera Sound ha azzeccato in pieno: non ha abbandonato il suo DNA, lo ha evoluto. Certo, le Powerpuff Girls hanno dominato la conversazione, ma chi ha avuto la forza di arrivare alle 3 del mattino ha avuro pane per i suoi denti, sia con l’elettronica di classe di Floating Points che con l’energia hardcore dei Turnstile, lasciando Kim Deal al sole cocente pre-tramonto.

Lo show SWEAT è stato puro teatro mascherato da concerto. La maratona di 110 minuti di Charli e Troye sembrava di assistere al futuro della musica pop che si dispiegava in tempo reale, completa di serenate di compleanno e il cameo a sorpresa di Chappell Roan con “Apple Girl”. Lo slot di mezzanotte di Sabrina Carpenter ha attirato folle che hanno quasi fatto scoppiare la capacità del palco Revolut, così come i fan di Chappel Roan hanno creato seri problemi ai (pochi) che cercavano di lasciare lo spazio dopo i Fontaine D.C. Un mare di devoti fan Gen Z che trattavano ogni canzone come un inno personale.

Wolf Alice. Foto di Sergio Albert. Click sulla foto per ingrandire.

Ma siamo onesti su quello che non ha funzionato. I livelli audio sono stati incoerenti per tutto il weekend, con conversazioni udibili sopra alcune performance, cosa imperdonabile per un festival di questo calibro. La cancellazione last-minute di Clairo per “problemi logistici” è sembrata una scusa poco plausibile, anche se Wolf Alice si è rivelata una sostituta degna. I cambi di venue che hanno costretto concerti intimi come Cat Power fuori dall’Auditori e nei club hanno creato un’esperienza inutilmente caotica per i fan che cercavano di vedere gli artisti minori.

La città diventa il festival

La programmazione di Primavera a la Ciutat è stata il momento in cui il festival ha davvero sfoggiato i muscoli. 56 concerti in sette venue hanno trasformato Barcellona in un ecosistema-festival gigantesco, e i 20.000 presenti che hanno migrato oltre il Parc del Fòrum sono stati ricompensati generosamente. I Beach House al Razzmatazz sicuramente saranno stati trascendenti e non penalizzati dal tristemente famoso perenne chiacchiericcio del pubblico spagnolo (e non solo spagnolo!).

E ricordiamolo! La musica parte dei club per arrivare ai festival, non il contrario. E invece stiamo crescendo intere generazioni che i club non solo non li frequentano, ma non sanno neanche cosa siano e se lo sanno li ritengono non sufficientemente instagrammabili!

Le multiple performance in città dei Jesus Lizard per celebrare il loro primo album in 26 anni hanno dimostrato che i veterani possono ancora trovare modi nuovi per sorprendere il pubblico. Al Parc del Forum hanno pestato come fabbri, urlato come disperati, sputato come lama, non risparmiando neanche una lattina in testa a un mal capitato nelle prime file.

L’equilibrio di genere come buon business

Parliamo dell’elefante nella stanza che in realtà non è più un elefante: la divisione 50/50 di genere tra 147 artisti che Primavera mantiene dal 2019. Mentre altri festival stanno ancora cercando di capire come ingaggiare donne senza sembrare ridicoli, il Primavera Sound l’ha fatto senza sforzo. Tre headliner pop femminili sembravano naturali, non forzate, perché il festival ha costruito l’infrastruttura per supportarlo in sei anni.

La programmazione LGBTQ+ e i protocolli anti-molestie “Nobody is Normal” non sono gesti performativi; sono necessità operative per un festival che genuinamente attira pubblici diversi. Quando il 65% della tua folla è internazionale e tende verso un pubblico più giovane e diverso rispetto ai festival indie tradizionali, una programmazione inclusiva non è solo moralmente giusta, è economicamente intelligente.

Appunti sparsi sui concerti (Free Palestine e tutto il resto)

Foto di Massimo Garofalo. Click sulla foto per ingrandire.

I Fontaines D.C. rischiano di scoppiare. Sono in un serratissimo tour da oltre un anno e si vede (e si sente!) che hanno tanta stanchezza accumulata. Anche loro, come quasi tutte le band che ho ascoltato, lanciano il loro grido Free Palestine, con la bandiera del flagellato stato sia sugli schermi e sia a coprire la tastiera. Ma non si limitano a questo. La toccano piano sugli schermi con un messaggio che – mi dicono – non è stato ripreso dallo streaming di Prime Video. Lo vedete nella foto qui a sinistra.

Gli Spiritualized hanno suonato per intero Pure Phase e… giocano un altro campionato. Sono dei giganti: Jason Pierce s’è fatto accompagnare da 10 musicisti, tutti immersi in luci verdognole o azzurrine che provenivano dalle loro spalle, lasciandoli in penombra e lasciando la Musica come unica protagonista di un trip di psichedelia di altissima classe. Forse gli unici che hanno giocato nello stesso campionato di Pierce sono stati i TV on The Radio e Anhoni & The Johnson, una carezza emotiva fatta di poesia e messaggi ecologisti / climate change (gli Still House Plants avrebbero fatto bene ad assistere, non bastano i gorgheggi a fare le canzoni!).

Il mantra dei The Sabres of Paradise è andato virtualmente a braccetto con quello dei Glass Beams, con i primi sacrificati dall’orario da lupi mannari e dal palco più piccolo, mentre i secondi non si sono persi sul palco più grande e hanno riempito la folla che aspettava i Fontaines di pulsazioni ultra-basse.

Sul rock più tradizionale: i Wolf Alice hanno fatto un concerto schizofrenico, tanto divertente nei brani più tirati quanto melenso nelle (troppe) ballads; Kim Deal mi ha ricordato quanto deludente sia il suo recente album solista.

IDLES, Escenario Revolut PS BCN 25 05_06_25, foto di Clara Orozco. Click sulla foto per ingrandire.

I fan dell’hardcore hanno avuto pane per i loro denti con i sempre divertenti, scatenati e politicamente impegnati Idles, metre (almeno per quel che mi riguarda) i londinesi High Vis sono stati una bella sorpresa, così come i Tramhaus, convincenti più dal vivo che sul disco, dimensione in cui riescono a sfoggiare il post-tutto di cui si nutre la loro musica.

È valsa la pena fare le ore piccole per Floating Points: del suo Cascade avevo parlato qui. Dal vivo restituisce una performance dal suono migliore di tutto il festival, con visual live bellissimi e un impatto musicale che si divide in ugual misura su testa, cuore e… piedi.

Le nuove indie-leve hanno dimostrato molte ombre e poche luci. I Julie della cantante Alex Brady sono più presi dal fare pose e mossette per finire sui feed Instagram del pubblico che da altro, i Been Stellar sono bravi ma non hanno una canzone che ti rimane in testa.

Vorrei ri-ascoltare (e per intero) gli Squid e i Cap’n Jazz. Preferirei non essermi affacciato da Magdalena Bay, ho ballato come un matto con la dream-techno di Kelly Lee Owens.

La compagina spagnola ha abbastanza deluso le aspettative. Le Tetas Frias sono stonate come campane, i Carolina Durante (col cantante che si reggeva sulle stampelle causa infortunio) a un italiano arrivano con un paio di singoli divertenti ma poco più, i Kokoshca fanno un pop innocuo. Ma. C’è un “ma” grande quanto una casa. I Frente Abierto feat Israel Fernández & Lela Soto sono dei giganti; suonano una sorta di mezcla tra post-metal e flamenco, con risultati esaltanti.

Il verdetto: evoluzione, non rivoluzione

Il Primavera Sound 2025 non è stato perfetto, ma era necessario. Il festival ha dimostrato che credibilità indie e appeal mainstream non si escludono a vicenda quando sei intelligente nella realizzazione della line-up. Il pop ha funzionato perché sembrava organico: questi artisti si sono guadagnati i loro posto da headline attraverso un impatto culturale genuino, non hype fabbricato dall’industria (o almeno non troppo).

I problemi tecnici sono stati frustranti ma non fatali. Le sfide logistiche delle venue hanno creato un po’ di caos ma anche intimità inaspettata. Gli slot di performance del mattino presto erano brutali, ma anche magici per chi era abbastanza audace da viverli.

Il Cupra Pulse (ex Boiler Room) è stato una iattura, ha molestato con i suoi volumi tutto quello che poteva molestare e sinceramente non mi capacito di come tanta gente si danni per entravi.

Cosa il Primavera Sound ha azzeccato: il riconoscere che la musica pop nel 2025 è abbastanza complessa da meritare un trattamento-festival serio, mantenere la diversità di genere senza sacrificare l’appeal commerciale e creare un ecosistema-festival che premia sia i partecipanti casuali che i nerd musicali come il sottoscritto che scavano in profondità.

Cosa deve migliorare: non può essere che lo stesso palco suoni troppo basso per una band ed entusiasmi per un’altra. Gli organizzatori dicono che lasciano la consolle ai tecnici del suono delle band, ma ormai si sa che spesso e volentieri sono persone abituate a spazi decisamente più piccoli e si trovano in difficoltà a gestire il suono giusto per folle oceaniche.

Cosa non fare: non programmare i Turnstile alle 3 del mattino a meno che non vuoi creare un esercito di fan hardcore zombie.

L’impatto economico di €200 milioni del festival su Barcellona parla del suo successo, ma la vera vittoria è stata culturale. Il Primavera ha dimostrato che i festival possono evolversi senza perdere la loro anima, che la musica pop può convivere con il noise sperimentale, e che la parità di genere non è solo possibile, è profittevole.

In un panorama festival sempre più dominato da booking sicuri e programmazione avversa al rischio, il Primavera Sound 2025 ha preso rischi creativi genuini e li ha fatti ripagare: il resto del mondo dei festival dovrebbe prendere appunti.

Il Primavera Sound 2026 si svolgerà dal 4 al 6 giugno.

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Garofalo Massimo

Critico cinematografico, sul finire degli anni '90 sono passato a scrivere di musica su mensili di hi-fi, prima di fondare una webzine (defunta) dedicata al post-rock e all'isolazionismo. Ex caporedattore musica e spettacoli di Caltanet.it (parte web di Messaggero, Mattino e Leggo), ex collaboratore di Leggo, il 4 ottobre 2002 ho presentato al cyberspazio RockShock.
Parola d'ordine: curiosità.
Musica preferita: dal vivo, ben suonata e ad altissimo volume (anche un buon lightshow non guasta)

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