Mac DeMarco
Guitar
(Mac’s Record Label)
indie rock, dream pop, lo-fi, alt folk, country blues, jazz-soul
A due anni di distanza da Five Easy Hot Dogs e One Wayne G, due progetti in cui aveva abbandonato la scrittura tradizionale per assecondare la propria curiosità sperimentale, Mac DeMarco torna alla forma canzone con il nuovo album Guitar, riportando la sua scrittura a una dimensione più raccolta e artigianale, quella della cosiddetta musica da camera.
Registrato in totale autonomia, con un approccio fai-da-te, nella sua casa di Los Angeles e pubblicato dalla sua etichetta indipendente, Guitar trasmette un’anima domestica sin dall’artwork di copertina, che ritrae Mac DeMarco seduto sul divano, in un ambiente familiare, con in mano una chitarra. Un’immagine che non rappresenta solo una scelta espressiva, ma anche un invito a entrare nel suo spazio più autentico e personale.
Le dodici tracce di questo lavoro sembrano quasi confondersi l’una con l’altra, ruotando attorno a una struttura asciutta e confidenziale, fatta di vocalità slacker, chitarra acustica, batteria dal groove sonnolento e atmosfere fragili e ipnotiche. Una semplicità solo apparente, che riflette quella cifra stilistica che da anni rende riconoscibile DeMarco, pur restando difficile da incasellare. “Rappresenta in modo autentico quanto di più vicino al mio stato attuale”, ha raccontato lo stesso cantautore canadese.
Gli arrangiamenti sono minimi, dosati con cura, le melodie sono immediate, morbide, e si costruiscono su uno strumming rilassato di accordi sospesi e vibrazioni contenute, con leggere sfumature jazz-soul a conferire colorazioni più sinuose e ad enfatizzare gli sfoghi emozionali. In questo nuovo capitolo discografico, intitolato proprio Guitar, Mac DeMarco rinuncia dunque alle trame sintetiche dei lavori precedenti in favore di una palette interamente chitarristica.
Rispetto alla stravaganza di Salad Days o This Old Dog, dove erano più presenti sgargianti luccicanze psichedeliche alla Beach Fossils e Tame Impala, Guitar adotta un passo più lento e discreto, che arriva quasi in punta di piedi e in modo sfocato, senza mai forzare la mano.
Il risultato è un suono sognante, ovattato, che si muove tra tensione e rilascio, attraversato da una tenera malinconia di fine estate. Le chitarre, strimpellate e trattate con effetti morbidi – chorus, vibrato, tremolo – richiamano quell’indolenza già presente nel suo repertorio, ma qui il tono si fa ancora più intimo, nostalgico e meditativo. In più di un passaggio affiorano echi riverberati che rimandano al John Lennon post Beatles.
Anche i testi si muovono in questa direzione, con uno sguardo rivolto all’interno, tra emozioni quotidiane ed esperienze personali. Le canzoni dell’album parlano di relazioni finite, sensi di colpa, rimorsi, crescita, nostalgia, ricerca di sé e piccoli gesti di redenzione, ma anche del passato che torna a farsi sentire, portando con sé domande ancora senza risposta.
C’è spazio per la riflessione su quella libertà sprecata in un tempo in cui eravamo troppo giovani per capirne il valore, e per una certa disillusione verso un futuro che oggi sembra sempre più incerto (“la fine sembra molto più vicina, tesoro, non aver paura, è solo una sensazione a cui ti abituerai”). Ma non tutto è cupo: tra le righe si intravede anche un filo sottile di speranza (“le cose sembrano esaurite, tesoro, non importa, finché ci saremo ancora”). Così, Mac DeMarco sembra rammentare – a se stesso per primo – che può esserci ancora un sogno da inseguire, nonostante le cicatrici, il cinismo, il disincanto.
In buona sostanza, il vero focus del disco ruota attorno a queste domande esistenziali: possiamo davvero tornare indietro e ricominciare, come se il dolore non fosse mai esistito? Possiamo illuderci che, questa volta, sarà diverso, più dolce? Siamo, in fondo, come falene attratte dalla luce delle candele, che restano accese per tutta la vita, nonostante il rischio di bruciarsi.
Guitar è, dunque, un diario emotivo, di transizione, che unisce la consapevolezza del passato al desiderio di superarlo: un racconto sonoro in cui Mac DeMarco restituisce con sincerità un’intimità personale, confermando la sua capacità di scavare in profondità restando fedele a un linguaggio musicale ormai familiare.
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