Laura Jane Grace in The Trauma Tropes: recensione di Adventure Club

Con il nuovo progetto Laura Jane Grace In The Trauma Tropes e l'album Adventure Club, la cantautrice transgender statunitense Laura Jane Grace torna a sviscerare la sua emotività senza filtri, attraverso uno spirito punk ancora vivo che fonde introspezione e provocazione, personale e politico.

Laura Jane Grace

Adventure Club

(Polyvinyl Records)

folk punk, garage punk, power rock, alternative rock, combat folk


A distanza di tre anni dalla pubblicazione di At War With The Silverfish, la cantautrice transgender statunitense Laura Jane Grace – nata Tom Gabel e oggi icona LGBTQ – torna ad alimentare la sua energia compositiva con il nuovo progetto Laura Jane Grace In The Trauma Tropes, che include la moglie Paris Campbell, Jacopo “Jack” Fokas e Orestis Lagadinos, dando alle stampe l’album Adventure Club, registrato ad Atene nel contesto di una residenza artistica.

Ispirandosi a tematiche classiche della mitologia greca – come amore, guerra, fiducia, tradimento, vizi e virtù – e modellando il proprio sound su una serie di influenze sonore melodiche, orecchiabili e trascinanti, che riflettono un mix di punk propulsivo, power rock, combat-folk in stile Pogues e umorismo corrosivo, Laura Jane Grace riesce ancora una volta a dare ampio sfogo alla sua emotività viscerale senza filtri, alla sua musica di protesta, fondendo personale e politico: talvolta con l’adrenalina sporca del punk, talvolta con l’intimità di ballad acustiche, ma sempre con entusiasmo e fedele a una scrittura diretta, graffiante, cruda, sarcastica e spietata.

Nelle dodici tracce di Adventure Club, concept che si sviluppa attorno ai tropi del viaggio dell’eroe, Laura Jane racconta la contemporaneità attraverso storie quotidiane di emarginazione e riscatto. Lo fa mescolando esperienze personali con una forte tensione etica, un’intimità profonda, una potenza sonora e una consapevolezza politica – elementi che da sempre caratterizzano sia la sua produzione solista più recente, sia quella precedente con gli Against Me!.

Con toni irriverenti e testi carichi di provocazione (“I’ll wear my rainbow another day, my pride’s a riot, it’s not a parade”), la Grace affronta ingiustizie, disuguaglianze, stereotipi e pregiudizi sociali, senza risparmiare l’autoritarismo del governo Trump e le contraddizioni del fondamentalismo religioso. Emblematica, in questo senso, una strofa della canzone Your God (God’s Dick) che critica apertamente il fanatismo: “Does your God have a big fat dick? Cause it feels like he’s fucking me. Are his balls filled with lightning? Do they dangle like heavens keys”. Come prevedibile, non sono mancate le reazioni da parte di alcuni esponenti della destra conservatrice.

La musica è diventata per Laura Jane uno strumento con cui dare forma al proprio percorso umano e ai suoi pensieri, una valvola di sfogo per conoscersi meglio, affrontare il mondo ed elaborare depressione, dipendenze (“the problem is me, I quit drinking, but I’m still swallowing”), problemi con la legge e disforia di genere. Ha continuato a lottare per i propri diritti (“nothing comes easy, you learn it the hard way, you pay for it always”), cercando di accettare gli effetti del cambiamento e tentando di trovare un equilibrio psichico tra le esigenze degli altri e quelle individuali, tra vecchi traumi e nuove opportunità.

L’album si apre con WWIII Revisited, un brano che richiama il punk classico con ritmi pulsanti e serrati ed esprime un netto rifiuto della guerra come condizione quotidiana (“I don’t want to die in World War III, I don’t want to kill for blood money”). Tra gli episodi più incisivi, per alternanza di melodie coinvolgenti e contenuti introspettivi, spiccano Poison in Me, New Year’s Day e soprattutto Mine Me Mine, che combina la freschezza del power pop-punk con l’immediatezza dell’Oi! britannico in una riflessione sulla transitorietà della vita e sull’alienazione economica e affettiva che ci circonda.

Diversamente dal precedente At War With The Silverfish, in questo lavoro Laura Jane Grace costruisce un tessuto sonoro dove voci e strumenti si intrecciano mettendo in atto un engagement motivazionale. In quest’ottica, la partecipazione della moglie, Paris Campbell Grace, ai cori contribuisce ad ampliare questa pluralità d’intenti.

Se da un lato I Love To Get High, Espresso Freddie e Free Cigarettes mettono in pausa la canzone di protesta per aprirsi a momenti di ironia e leggerezza, dall’altro Walls indugia sul tema del confinamento interiore e sulle barriere ideologiche che spesso limitano la costruzione della propria identità (“once I had a life to live, but they built walls around me, to close me in”).

Con Adventure Club, Laura Jane Grace inaugura dunque un nuovo capitolo della sua carriera: uno spazio espressivo libero da costrizioni, ancora animato dalla spinta proletaria del punk, in cui si fondono una rinnovata maturità e un sempre più raro desiderio di condivisione autentica.

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