I’m Not A Blonde: recensione di This Is Light

A distanza di pochi mesi dall'uscita di Welcome Shadows, il duo dream-wave all female I'm Not A Blonde pubblica il sequel EP This Is Light, completando un mosaico sonoro vintage di rimando new wave british anni '80.

I’m Not A Blonde

This Is Light

(INRI/Metatron)

synth-rock, synth-wave, dream-wave

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A distanza di pochi mesi dalla pubblicazione dell’EP Welcome Shadows (recensione), il duo dream-wave I’m Not A Blonde manda alle stampe This Is Light, il secondo capitolo di un progetto articolato in due tappe, edito per INRI/Metatron e anticipato dai singoli Talk Of Love e Speak Loud.

Un doppio EP, la cui prima parte Welcome Shadows va a congiungersi, sulla breve distanza, alla seconda parte This Is Light, quasi a raffigurare due volti di profilo (come le due statue di pietra che compaiono nell’artwork di The Division Bell dei Pink Floyd) che si posizionano in modo tale da guardarsi e al tempo stesso formare una terza figura che fissa osservatori e ascoltatori.

Con alle spalle l’EP d’esordio ep01 e tre album (Introducing I’m Not A Blonde, The Blonde Album e Under The Rug), e dopo aver partecipato a diversi festival italiani e internazionali, condividendo il palco con artisti del calibro di Duran Duran, Moderat, Soulwax, Peaches e molti altri, le compositrici italo-americane Chiara Castello e Camilla Benedini (di stanza a Milano) confezionano un impianto stilistico che fa riferimento a quella parabola elettronica degli anni ’80: una retrospettiva barocca e easy listening fatta di beat dal sapore retrò di rimando new wave e contaminazioni melodiche post-wave del nuovo millennio che richiamano alla mente Phoebe Bridgers e Tame Impala.

Con questo doppio take discografico, le I’m Not A Blonde si tuffano a piè pari all’interno di una bolla sonora ben definita, riuscendo a combinare e coordinare naturalezza e digitalizzazione, a loro volta scandite con vellutata e raffinata malinconia, mediante timbriche vocali armoniche, ritmiche mid-tempo, elettronica morbida, bassi che pulsano delicatamente e una formula sintetica, vaporea, patinata e glucosica, che arriva lentamente a cullare, riscaldare e avvolgere il tutto.

 

Cinque tracce in lingua inglese dal sound ispirato ai morbidi tappeti synth-wave vintage di matrice britannica, in cui le introspettive atmosfere invernali del precedente Welcome Shadows cedono il passo alla simbologia onirica che accompagna la rinascita primaverile di This Is Light, confidando sul potere illuminante dell’amore e su quello spirito di sopravvivenza che emerge nei momenti più difficili.

Esprimendo una crasi tematica che si riflette, rincorrendosi e avvincendandosi, nel dualismo inestricabile dei contrasti, degli opposti, delle due facce della stessa medaglia, che con equilibrio circense si regge sul sottile confine tra follia e ironia, disfattismo e speranza, ombre e luci, negativo e positivo, perdita e ritrovamento.

Attraverso il completamento di un mini mosaico sonoro, al di là che possa apparire stucchevole nella sua forma demodé, le I’m Not A Blonde fotografano l’involuzione della comunicazione nel quadro orwelliano della contemporaneità, mostrando quei percorsi traumatici vissuti a causa della pandemia e dei lockdown; interferenze che, da un lato, hanno influenzato sfera emotiva e dinamiche interpersonali, e dall’altro, invece, sono servite (o meglio, serviranno?) a ricalibrare il nostro rapporto tra spazio e tempo, accarezzando nuove opportunità di svolta, sia per quanto riguarda l’aspetto individuale che nei confronti di una visione piú ampia di comunità e condivisione.

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