Dalila Kayros: recensione di Khthonie

In questa nuova esperienza discografica, attraverso la simbologia di antiche divinità greche, Dalila Kayros trasmette la sua visione metaforica dei tempi correnti, spaziando tra sonorità estreme, sperimentazione vocale e momenti di quiete solenne.

Dalila Kayros

Khthonie

(Subsound Records)

elettronica sperimentale, neo-folk, dark-folk, noise industrial, doom, dark ambient, visual performance, grime beat, danza tribale, sperimentazione vocale

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A distanza di tre anni dalla pubblicazione di Animami, con alle spalle un tour che ha toccato sia l’Europa che l’America, la cantante e compositrice sarda Dalila Kayros torna sulle scene con il nuovo album intitolato Khthonie, edito per Subsound Records e realizzato ancora una volta grazie al prezioso contributo del fidato compositore cagliaritano Danilo Casti.

Attiva dal 2013 nell’ambito di varie espressioni della sperimentazione artistica (installazioni multimediali, improvvisazioni elettroacustiche, teatro di ricerca, danza contemporanea), sulla scia dei riconoscimenti ottenuti da artisti conterranei come Iosonouncane e Daniela Pes, la performer isolana è chiamata a testimoniare un’evoluzione del suo progetto, tanto sul piano della ricerca fonica quanto su quello personale.

Una fecondità compositiva che si esprime, anzitutto, nella rigenerazione di quel concetto di arte totale che coinvolge la costruzione di esperienze attraverso la sinergia tra forme soniche eterogenee, ritualismo scenografico, escapismo onirico-esoterico e slancio interiore.

In questa quarta fatica discografica, composta da nove brani, Dalila Kayros e Danilo Casti danno vita a un’esperienza immersiva e ferale dall’intenso impatto coreografico e audiovisivo: viscerale, evocativa, controversa e multisensoriale. Una performance carica di tensione e intrisa di misticismo e pagana sacralità, in linea con le tematiche sviluppate, che si caratterizza sia per la commistione di dialetto sardo campidanese, lingua italiana e fonemi improvvisati, sia per la necessità di assecondare quelle pulsioni primordiali che servono ad acquisire nuove tecniche timbriche e a conferire, quindi, maggior pathos alla sua narrazione.

“La voce non deve necessariamente essere piacevole”, come afferma Dalila, “non deve essere sempre accomodante, ma deve trasmettere il sentire di ciò che accade intorno a noi in questi tempi apocalittici”. Pertanto, l’obiettivo è spingere il proprio range vocale al limite, trasformarlo di volta in volta, a seconda degli stati d’animo, spaziando tra sonorità estreme e momenti di quiete solenne, tra l’estasi di un canto soave, etereo e liturgico e l’oscura minaccia di emissioni canore strazianti.

La cifra stilistica di Khthonie si condensa in un wall of sound dai groove ansiogeni, sinuosi, algidi, claustrofobici e ipnotici; un saliscendi epidermico che si muove tra vorticose e ferrose atmosfere doom, luccicanti e malinconiche sospensioni ambient, filastrocche elfiche, grime beat abrasivi e spettrali, travolgenti danze tribali, ossessione percussiva di synth e drum machine, richiami neo-folk e dark-folk, dissonanze industrial, sinfonie febbrili e dilatazioni trance-sciamaniche che rimandano a Björk.

Dalila Kayros abbraccia dunque fluidità di generi e incarna una visione metaforica dei tempi correnti, come se ci fosse un sottile e speculare confine di connessione, una soglia immaginifica in grado di coniugare – attraverso la simbologia di antiche divinità greche – l’arcaico e il contemporaneo. Da questa ambiguità di materia e spirito affiora il legame che c’è tra essere umano e terra, tra il rumore del mondo reale e le sue radici: quelle memorie che, come forze vulcaniche, come dèmoni dostoevskiani, agitano il sottosuolo dell’inconscio.

facebook/Dalila Kayros

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