The Saints: recensione di Long March Through The Jazz Age

Long March Through The Jazz Age segna l’addio dei Saints: l'ultimo album di Chris Bailey racconta ricordi, emozioni e la voce che ha fatto la storia del punk.

The Saints

Long March Through The Jazz Age

(Fire Records)

folk-rock, jangly-folk, classic rock, country blues, jazz, power ballad


Long March Through The Jazz Age, quindicesimo e probabilmente ultimo album dei Saints, segna il ritorno della band a tredici anni da King Of The Sun.

La lunga attesa rende questa uscita particolarmente significativa: registrato nel 2018 a Sydney e pubblicato postumo, il disco rappresenta il punto d’arrivo per la formazione australiana, la degna conclusione di un percorso che, sin dalla metà degli anni ’70, li ha visti emergere tra i protagonisti del primo punk.

Con il tempo, però, la scrittura di Chris Bailey si è orientata verso forme più melodiche e narrative, pur conservando un tratto personale riconoscibile. La morte del frontman, avvenuta nel 2022, aggiunge un’ulteriore sfumatura emotiva all’ascolto: sapere che si tratta della sua ultima opera rende ogni brano ancora più intenso.

Anche la copertina va in questa direzione: una figura di spalle, forse un cowboy, esce da una caverna, suggerendo un passaggio e un addio, e funziona come metafora platonica dell’attualità, invitando a cercare una luce oltre le ombre (“eyes so bright they shine through the darkest night”). L’inquadratura evoca inoltre l’immaginario del cinema western, richiamando atmosfere e scenari tipici di quel genere.

Sul piano sonoro, i Saints non puntano sull’effetto nostalgico delle loro radici punk, ma esplorano trame più ampie, distese e orecchiabili, vicine al folk-rock. Le dodici tracce includono arrangiamenti ricchi di fiati e archi, chitarre jangly in stile Byrds e Big Star, ritmiche classic rock, country-blues alla Rolling Stones (Gasoline), riverberi western e desert folk (Empires (Sometimes We Fall)), ballad dylaniane e loureediane, ombre jazz in Carnivore, passando per rimandi beatlesiani in Imaginary Fields Forever, fino al folk celtico orchestrale in Will You Still Be There. Al centro di tutto c’è la voce di Bailey: roca, vissuta, ma anche rassicurante e confortante.

L’album si pone come un testamento artistico, non in senso funereo ma come ultimo capitolo consapevole di una lunga evoluzione. Se i primi Saints incarnavano lo spirito punk dell’epoca, di quel sound ruvido, immediato e istintivo, Long March Through The Jazz Age è un saluto sobrio e poetico che segue il passo discreto dell’esperienza, con l’idea di intravedere un futuro possibile oltre la fitta nebbia del presente (“we the losers one day may just win the show”), ma senza dimenticare il passato, che, in fondo, è l’unica certezza che abbiamo.

Dopo la scomparsa di Bailey, alcuni membri storici hanno dato vita alla formazione The Saints ’73-’78, guidata dai fondatori Ed Kuepper e Ivor Hay, affiancati da Mark Arm, Mick Harvey e Peter Oxley. Come hanno spiegato, questo progetto condiviso non vuole essere affatto una continuazione della parabola creativa dei Saints, ma si impegna a recuperare e valorizzare il loro repertorio originario, mantenendone viva la storia.

In chiusura, Long March Through The Jazz Age si presenta come un bilancio intimo e maturo, attraversato da tematiche in cui affiorano imperi che crollano (“empires falling down, crashed into the earth, it won’t be the first, it won’t be the last”), immagini bibliche, rimpianto e grazia. I fantasmi del passato si mescolano alla preoccupazione per la situazione politica trumpiana, insieme a riflessioni agrodolci sui successi e le cadute (“sometimes we rise, sometimes we fall”), sulle relazioni e l’illusione di quei sogni cinematografici che si scontrano con le imperfezioni della vita reale (“but cinematic dreams are not what they seem, they’re not real the way you are to me”).

“Sollevami, non buttarmi giù”, sembra implorare Bailey, “per cantare il blues ancora una volta”. È arrivato dunque il momento di lasciar rotolare a valle il macigno di Sisifo e liberare, per l’ultima volta, la bellezza della malinconia.

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