The Flow: recensione di Reborn

Esordio discografico per The Flow: 9 tracce tra sperimentazione, pop-rock ed elettronica per un debutto che evita il déjà-vu e rivela un artista con una voce propria.

The Flow

Reborn

pop, rock, indie, alternative


Esordio discografico per The Flow – pseudonimo dietro il quale si cela il cantautore Emanuele Montesano, già frontman delle band Edéma e Aksak – con Reborn, un lavoro composto da nove tracce che si muovono con disinvoltura tra pop-rock, indie, alternative ed elettronica.

L’apertura è affidata a Inside The Flow, brano che mette subito in chiaro l’anima più sperimentale del progetto. Il synth iniziale orienta l’ascolto e ne suggerisce la direzione, mentre l’introduzione, sospesa tra atmosfere dark e a tratti ambient, prepara il terreno a un’esplosione successiva: un arrangiamento pop-rock fresco e dinamico, capace di catturare fin da subito.

Con Comet Start emergono sfumature folk, chitarre arpeggiate e una linea vocale che si amalgama con naturalezza alla melodia che rievoca strutture alla Kings Of Leon. Il pianoforte arricchisce l’impianto sonoro e accompagna il brano verso un ritornello in crescendo, sostenuto da un drumming espressivo e ben calibrato.

Buone sensazioni anche da Black And White: un pianoforte malinconico e un piatto appena accennato aprono la strada a una successiva deflagrazione rock. Il tema è chiaro – la vita è bianca o nera? – ma sono proprio le sfumature a fare la differenza. Nel brano riaffiorano suggestioni di alternative rock anni ’90, evocando un linguaggio sonoro che qualcuno, forse, aveva messo da parte troppo in fretta.

Il piglio rock’n’roll di Love Love Love è immediato e diretto, dichiarato fin dall’intro, che arriva come un pugno allo stomaco. L’assolo di chitarra dal sapore retrò introduce un brano sorretto da ritmiche sospese tra pop e il sound di Seattle, in un equilibrio efficace tra immediatezza e attitudine.

In The Window una batteria scanzonata e la voce di The Flow danno vita a una canzone che si muove tra spazi elettronici e un rock più arioso, pugnace e quasi spaziale, mantenendo sempre una forte identità melodica.

A chiudere l’album arrivano Nothing Is Easy e la versione acustica di Love Love Love. Il primo è un mid-tempo che richiama un certo classic pop-rock d’oltreoceano, dal carattere ritmato e ottimista; la seconda rilegge il brano in chiave più intima, puntando su arpeggi e atmosfera.

In conclusione, Reborn è più che una rinascita: è una vera e propria venuta al mondo. Un debutto che non dà mai l’impressione di riproporre formule già sentite, ma restituisce piuttosto l’immagine di un artista che ha qualcosa da dire e sceglie il modo migliore per farlo: scriverlo, suonarlo e metterlo in musica.

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