Bushman’s Revenge: recensione di Ah, Les Vaches!

Il trio norvegese Bushman’s Revenge spinge ancora più in là il confine tra jazz moderno, heavy‑psych e improvvisazione radicale.

Bushman’s Revenge

Ah, Les Vaches!

(Is It Jazz? Records)

prog-jazz, psych, pop


I Bushman’s Revenge sono un potente trio norvegese nato a Oslo nel 2003. Il loro sound fonde l’improvvisazione del jazz moderno con l’energia grezza dell’heavy metal e le strutture del progressive rock, creando un linguaggio personale e immediatamente riconoscibile. Fondato dal chitarrista Even Helte Hermansen, dal bassista Rune Nergaard e dal batterista Gard Nilssen, il gruppo è noto per un’esperienza live intensa, fisica, quasi rituale.

La loro discografia conta undici album in studio. L’ultimo, All The Better For Seeing You (2023), tracciava già le coordinate del loro percorso recente, anticipando ciò che oggi prende forma nel nuovo lavoro: Ah, Les Vaches!, disponibile da pochi giorni nei negozi e sulle piattaforme digitali.

Il disco si compone di dieci tracce e si presenta con una copertina vivace, ricca di colori, che richiama una certa psichedelia d’altri tempi. Unholy Ghost apre il lavoro con un’esplosione di chitarre distorte, assoli lisergici e una batteria in costante carambola: come biglietto da visita, non delude.

Con Velkommen Tilg Gards il trio mostra la propria abilità nel costruire arrangiamenti complessi ma al tempo stesso accessibili, coordinando ogni elemento con una precisione che non sacrifica spontaneità e impatto.

And Gullit Was His Name‑O è un brano dal sapore prog, arricchito da sfumature pop e da un sottofondo chitarristico quasi latineggiante, sostenuto da un tappeto di batteria jazz. Radyrpaet è più bilanciata e soave, con un mood che richiama vagamente certe atmosfere trip‑hop alla Portishead. In Purple Rain (nessun legame con Prince), il sound si fa rarefatto e darkeggiante, confermando la capacità del trio di creare combinazioni timbriche coese e suggestive.

Il drumming nevrotico, i riverberi e i tremoli dominano One Small Misstep For Man, One Giant Mistake For Mankind, forse uno dei momenti più riusciti del disco. Bram prosegue su coordinate simili, quasi come un’estensione naturale del brano precedente.

La chiusura offre tre sfumature diverse: il romanticismo blues di Barbara, le dinamiche dark‑jazz di Pauseakvariet e il psych‑jazz di I Am A Ghost Now, che sigilla l’album con un’atmosfera sospesa e visionaria.

Confrontato con i lavori precedenti, Ah, Les Vaches! non delude: le dinamiche sonore e gli arrangiamenti restano un passo avanti, confermando che le scelte del trio rispondono a criteri di qualità elevati. Un ascolto consigliato a chi ama le trame complesse del jazz, ma anche i rimandi psichedelici — e talvolta pop — che i norvegesi sanno intrecciare con grande maestria.

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