The Afghan Whigs: recensione di Soft Control

Un album maturo, irregolare e profondamente emotivo: gli Afghan Whigs tornano con un lavoro che intreccia rock, soul e riflessi emotivi, confermando la loro capacità di evolvere senza perdere identità.

The Afghan Whigs

Soft Control

(Royal Cream/BMG)

rock, pop, soul, country


Gli Afghan Whigs tornano con un nuovo album e lo fanno citando uno dei mostri sacri della musica rock, David Bowie, che ebbe a dire: «L’invecchiamento è come un processo straordinario in cui diventi la persona che avresti sempre dovuto essere». Una frase che sembra cucita addosso alla band di Greg Dulli, capace di attraversare epoche e mutamenti senza perdere la propria essenza.

Soft Control è la nuova creatura discografica del gruppo e si presenta con una struttura di dieci brani che spaziano tra schitarrate incendiarie e rifrazioni cubiste di soul e R&B, confermando la natura proteiforme della band.

Il disco si apre con le atmosfere elettroniche di Jungle Roux, che virano verso un pop‑rock venato di arrangiamenti soul, capace di catturare l’ascolto con naturalezza.

C’è spazio per un rock dal ritmo tribale in House Of I, mentre Duvateen rievoca atmosfere pop‑soul anni ’70/’80, tra morbidezza e nostalgia.

My Lover è una dichiarazione d’amore immersa in un tappeto sonoro tra dark pop‑country e voci riverberate. Il ritornello ospita un assolo di chitarra oscuro e accattivante, mentre la voce di Greg Dulli si prende la scena con la consueta miscela di potenza e delicatezza.

A dispetto del titolo inquietante, The Deepest Part Of The Darkest Shadow si apre con un’intro che lambisce il jazz: piano delicato, tromba che smussa gli angoli, e un brano che sa di profondità e romanticismo. Il resto è puro pop emotivo, capace di toccare le corde più intime.

A metà disco arriva Mariah Luster, una ballad dal gusto dolce‑amaro che regala una delle interpretazioni più evocative di Dulli.

Si procede verso la fine con Memphis/Texas, un classico american rock già dichiarato dal titolo, e con 77, dolce e ruvida allo stesso tempo, tra primi U2 e chitarre USA anni ’90: forse uno dei momenti migliori dell’intero album.

La band di Cincinnati mostra la propria versatilità anche in Loose Talk, dove sfoggia chitarre non troppo distorte ma ben calibrate, con effetti chorus che sembrano un ponte tra passato e presente.

La chiusura è affidata a A Simulation, un episodio di ambient‑rock tra piano, synth e una linea ipnotica e ripetitiva.

Gli Afghan Whigs dimostrano ancora una volta di saper sorprendere: Soft Control è un album che, pur concedendo qualche momento di déjà‑vu, riesce a raggiungere le zone più intime dell’animo umano e a regalare un ascolto pieno, ricco, soddisfacente.

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