DMA’S: recensione disco omonimo

Un ritorno solido ma non rivoluzionario: i DMA’S riaffermano la loro identità indie‑rock senza spingersi oltre i confini del già collaudato.

DMA’S

s/t

(Wonderlick Entertainment)

indie, alternative, britpop


I DMA’S hanno fatto il loro esordio più di dieci anni fa, imponendosi immediatamente nella scena indie‑rock internazionale. La loro storia comincia con l’album di debutto Hills End (2016), contenente hit come Delete e Lay Down, e un sound che richiama — indirettamente ma con forza — giganti come Stone Roses e Oasis.

Seguono For Now (2018) e The Glow (2020), quest’ultimo meno incisivo dei precedenti, pur mostrando sfumature interessanti grazie all’uso dei synth e ad arrangiamenti più pop, evidenti in brani come In The Air e nella title‑track For Now.

Nel panorama indie/alternative attuale, accanto a nomi già affermati come Fontaines D.C., Angine De Poitrine e Big Thief, i DMA’S — pur diversi per approccio e sensibilità — restano tra i progetti più interessanti: ultimi portabandiera di un’eredità che guarda ai ’90 senza scivolare in una nostalgia superficiale.

Il trio australiano torna ora con il nuovo omonimo DMA’S, un album che conferma le loro doti compositive e la solidità del progetto.

El Alamein apre il disco con un pop‑rock che guarda al passato ma si inserisce bene nell’evoluzione dell’indie contemporaneo: chitarre centrali, atmosfera familiare, ascolto piacevole. Segue il synth/dream‑pop di My Baby’s Place, il soft‑pop/rock di Hurracane — marchio di fabbrica della band sin dagli esordi — e il mood strokesiano di Killing Time.

Heatin Park ed Emailz rappresentano il cuore centrale del disco: la prima si perde in un’atmosfera shoegaze, la seconda oscilla tra Coldplay e post‑britpop, con una scrittura più morbida e radiofonica.

La tracklist è lunga e porta verso una parte finale più irregolare: One & Only propone chitarre acide, tra Smiths e primi Oasis, ma l’album inizia a perdere un po’ di immediatezza. Dancing Luck è una ballad dal sapore retrò, mentre Concrete — che sembra strizzare l’occhio ai Coral di fine anni Novanta — risulta meno incisiva.

Windows è un altro momento acustico che richiama i suoni di Manchester ed esalta la vocalità di Tommy O’Deall, una delle voci più riconoscibili della scena contemporanea. Distance chiude il disco con un classico suono indie/alternative: nulla di innovativo, ma gradevole.

I DMA’S non deludono le aspettative: restano fedeli ai suoni che li hanno definiti, ma non mostrano quel gusto per l’innovazione che altre band del genere hanno cercato di sviluppare nel corso degli anni. DMA’S è un album di buon pregio, una conferma per i fan, ma non un’opera destinata a lasciare il segno.

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