Sebastian Brown: recensione di Windrose

Daniele Mattioni alias Sebastian Brown percorre in Windrose la propria rosa dei venti personale: la ricerca di un baricentro spirituale in un viaggio in cinque tappe che attraversa folk, psichedelia e rock alternativo.

Sebastian Brown

Windrose

(Beautiful Losers)

folk psichedelia alternative


Ognuno alla fine, ha una propria rosa dei venti da percorrere alla ricerca del ‘centro di gravità permanente’, equilibrio tra spiritualità e minimo quotidiano.

Almeno, questo è ciò che suggeriscono le note di accompagnamento a Windrose (esordio, si suppone) di Daniele Mattioni.

Il polistrumentista è nato a Roma, ma attualmente si è trasferito a Calcata, paese in provincia di Viterbo, arroccato su una collina tufacea, circondata dai boschi, che domina la valle del Treja.

Un dato biografico non di secondo piano, per un artista che, a somiglianza di tanti altri, sembra aver trovato la propria realizzazione in un luogo più o meno isolato, lontano dal rumore di fondo della città.

In questa dimensione, il nostro ha buttato giù una serie di improvvisazioni per chitarra acustica, cui in seguito ha sovrapposto di volta in volta voci, synth, bassi, percussioni, chitarre elettriche.

Un materiale grezzo poi ordinato grazie all’incontro con Andrea Liuzza, produttore e artefice dell’etichetta Beautiful Losers.

L’esito sono cinque composizioni, intitolate ai punti cardinali.

La terza, quella centrale, dà il titolo a tutto il disco, baricentro di un lavoro simmetrico, in cui le tracce limitrofe  vanno oltre i cinque minuti, mente la prima e l’ultima sono due lunghe cavalcate, rispettivamente di oltre quattordici e più di undici minuti.

Come se il lavoro nel suo complesso si contraesse per poi dilatarsi nuovamente in una sorta di ‘respiro’ in una scelta non casuale.

Apertura e chiusura affidate dunque a  due lunghe tirate in cui si attraversano diversi climi, più rilassata la prima, mentre la seconda vive su cambi di scenario più frequenti, con l’impostazione semiacustica che lascia spazio a schegge di elettricità chitarristica.

Le rimanenti tracce, per durata e mood, sono più vicine a un certo folk di estrazione americana, ma non solo: si avverte anche magari qualche influenza di oltremanica; certe suggestioni ‘desertiche’ lasciano spazio a paesaggi vagamente più brumosi, del resto i boschi del Lazio settentrionale hanno più analogie con la britannia che non col sud degli Stati Uniti.

La title track centrale si chiude lasciando spazio al solo soffiare del vento, come se il nucleo di tutto il disco si riducesse al rapporto dell’uomo con un elemento naturale, al quale prima o poi si ritorna un po’ tutti.
Un disco notturno, ma soprattutto un lavoro da ritmi lenti e pause silenziose; estremamente introspettivo e personale, ma che forse può offire l’occasione di un momento di meditazione sulla ‘rosa dei venti’ che guida l’esistenza di ognuno.

 

 

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Marcello Berlich
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